martedì 27 gennaio 2015

W.D.C sotto traccia - Capitolo 20

Giacomo Delli Carri funzionario del MEF, ministero
dell’economia e finanze, riuscì a trovare un posto nel vagone
superaffollato della metro, linea A, Anagnina, Stazione Termini.
Aveva già passati venti minuti appeso alla maniglia e
stando attento che nessuno si strusciasse più di tanto perchè
di ladri la metropolitana di Roma era piena. Soprattutto durante
le ore di punta. Con un sospiro di sollievo Giacomo
Delli Carri, raccolse la borsa di finta pelle stretta al suo fianco
e socchiuse gli occhi cullato dallo sferragliare delle ruote sui
binari.
Ma non è che fosse facile fare una pennichella, ammesso
che ne avesse avuta la voglia. Perchè era un continuo andirivieni
di gente che scendeva ed entrava schiamazzando, inveendo
contro quelli che si ingommavano vicino alle porte e
non ti lasciavano passare.
Odori spesso lancinanti di gente che si lavava poco e una
congerie di razze ed espressioni diverse. Un cinema etnico alle
sette del mattino. Stando seduto gli era facile vedere come si
comportava la gente intorno a lui.
Lo colpì in particolare quel tale di mezza eta’ che stava
rimorchiando nella ressa una matura signora dalla bionda
capigliatura ossigenata. Ormai era arrivato al palpeggio insinuante
e considerando l’espressione assorta della vittima
l’operazione stava trovando un discreto gradimento.
La vista di quei due a mezzo metro dal suo naso gli aveva
risvegliato un certo formicolio nelle parti basse. Ma soprattutto
tanti ricordi di quando lui e Amelia stavano insieme.
Uno dei tanti errori della sua vita, disse tra sè. Ma per
qualche tempo ne era valsa la pena. Amelia era una bella donna,
molto piena in carne, un fisico da popolana romana stile
Fornarina. Ma a lui piaceva così.
Si erano conosciuti al supermecato sotto la casa di Giacomo.
Lei faceva la cassiera. E Giacomo si recava a comprare
qualche stupidaggine almeno tre volte al giorno, quando
Amelia era di turno, pur di poterla guardare. Una volta, era
un afoso pomeriggio d’estate e l’aria condizionata nel supermercato
funzionava male, arrivato alla cassa senza che nessuno
spingesse dietro di lui, Amelia gli aveva fatto un gran
sorriso dicendo:
“Certo che ne spende di soldi pur di passare da questa
cassa”.
Giacomo si era fatto coraggio e le aveva chiesto il telefono.
E lei senza farsi vedere da quelle pettegole delle colleghe glielo
aveva scritto sullo scontrino fiscale.
Giacomo mentre sonnecchiava nel vagone della metro ricordò
la sera in cui si erano incontrati in una trattoria che
aveva un berceaux con tralci di vite. Dopo il primo litro di
vino dei Castelli l’intesa era già perfezionata.
Giacomo sospirò mentre il molestatore e la vittima scendevano
alla fermata Re di Roma. Mancavano solo San Giovanni,
Manzoni, Via Vittorio Emanuele e poi sarebbero arrivati
a Termini. Da lì il percorso fino al ministero in via
XX settembre era di dieci minuti a piedi. Giacomo amava
comunque quella passeggiata dopo tutta la puzza respirata
nella metropolitana.
Amelia, Amelia: quanto erano stati felici insieme i primi
anni di matrimonio. I venti anni di differenza, lui cinquanta
e lei trenta, non li sentiva. Anzi: la vicinanza con quella donna
piena di energia lo aveva ricaricato. Era tutto un andare
a scoprire angoli di Roma che ignorava, spettacoli, gite nelle
località vicine. Figli no, lei non voleva perchè sentiva di doversi
dedicare solo a lui. Almeno così sussurrava nei momenti
d’intimità. Amelia, Amelia.
Poi si era fatta scorbutica, scostante. Sesso nemmeno a
parlarne. E una mattina non era ritornata dalla spesa.
Quando verso le quattro del pomeriggo finalmente Giacomo
era rientrato a casa aveva trovato un biglietto appiccicato
sul computer e firmato:
“Caro Giacomo: so di darti un gran dolore. Ma è meglio
prendere una decisione perchè io non ce la faccio ad andare
avanti così, continuando a mentire a te che sei tanto buono.
Quello che sto per dirti ti farà del male. Ma tu sei forte e
molto saggio. Sono sicura che saprai reagire nel migliore dei
modi. Me ne vado. La ragione? Ho trovato il vero amore e
non ci crederai è il mio primo fidanzatino del liceo. Ci siamo
incontrati di nuovo su Internet e la fiamma che sembrava
spenta è divampata di nuovo. Non voglio fingere ancora. Da
te ho avuto tanto affetto. Non potrò scordarti. Non mi maledire.
Amelia”.
Che botta era stata quella, rimuginava Giacomo. Si trattava
ora di abituarsi alla vita da singolo forzato. Ogni tanto
pagarsi un pò di sesso e aspettare la pensione che sarebbe
arrivata tra un anno. Poi avrebbe iniziato la vita da vecchio come
tanti altri vecchi, andando per giardinetti e cercando di non
mischiarsi con i pedofili. Recitando un rito di miseria controllata,
con gli euro contati, nessun vincolo familiare perchè
di parenti non era rimasto nessuno. O meglio qualcuno a
Cosenza, ma chi li sentiva o vedeva mai?
Giacomo sospirò ancora. Non era il sospiro di una persona
addolorata. No, era un modo di lasciare l’anima uscire dalla
sofferenza quotidiana, dai crucci del momento. Un sospiro
di liberazione perchè Giacomo sentiva che c’era qualcosa di
più importante e di più vero di Amelia, del ministero, delle
invidie e cattiverie dei colleghi, dell’arroganza della gente nei
contatti quotidiani, delle soperchierie, del fisico che ormai
era gonfio, distrutto con una pancia strabuzzante e una grande
voglia di cambiare registro, di evadere.
Mancava una fermata e sarebbero arrivati alla stazione Termini.
Il locomotore di testa schiacciò l’innesco elettrico che attivò
la serie di mine anticarro poste in mezzo al binario.
Giacomo insieme agli altri passeggeri fu scaraventato in
avanti, mentre la volta del tunnel crollava seppellendo con
tonnellate di calcestruzzo e roccia l’ammasso di vetture, i
morti, i vivi, i moribondi.
Edizione speciale del TG1
Il conduttore era visibilmente scosso:
“Un incidente di enormi proprozioni ha colpito la Capitale.
Una serie di esplosioni nel tunnel di arrivo della linea A
della metropolitana di Roma, ha coinvolto un convoglio gremito
di passeggeri nell’ora di punta. L’esposione ha causato il
crollo della volta del tunnel. Al momento non siamo in grado
di riferirvi altri dettagli sul grave incidente. Pompieri, forze
di polizia sono accorse sul luogo del disastro”
Mentre il giornalista parlava rivolgendosi alla camera un
uomo in maniche di camicia entrò sul set e gli porse un foglio.
Il giornalista dette un’occhiata e mormorò: “Dio mio!”
Poi cominciò a leggere: “Purtroppo vi devo dare notizia di
un altro grave episodio accaduto pochi minuti fa in piazza
San Pietro. Una bomba di alto potenziale ha fatto crollare
una parte del colonnato del Bernini nel settore in cui erano
in attesa centinaia di turisti che dovevano visitare i Musei Vaticani.
Anche in questo caso non siamo in grado di darvi altri
dettagli. La nostra linea resta aperta e ci collegheremo con le
nostre unità mobili che stanno accorrendo sia a Termini che
a San Pietro... ”.
Redazione ANSA via della Dataria. Chiamata telefonica.
Il centralino è super allertato. Una voce in inglese con forte
accento mediorentale dice:
“Oggi abbiamo vendicato i morti causati dalle crociate di
ieri e di oggi. Allah è Grande. Firmato Al Qaeda”.

mercoledì 21 gennaio 2015

W.D.C sotto traccia - Capitolo 19

Neve su Washington alla fine di ottobre. In pieno autunno,
la stagione del ‘foliage’, colori stupendi della vegetazione
che variano dal verde, al rosso, al giallo. E adesso la neve.
Roba da non crederci. Per fortuna solo un’imbiancatina. Non
certo quello che stava succedendo più a nord-est con decine
di migliaia di persone prive di energia elettrica, il traffico paralizzato
e i soliti guai che madre natura genera in America
quando decide di farsi sentire.
Washington riusciva, comunque, a sopravvivere alla prima
neve e al caos stradale generato da chi la macchina non sa guidarla
o si mette al volante con la stessa concentrazione con la
quale tira la catena del cesso.
Il Tower Hilton sulla Connecticut era il luogo deputato
per le grandi convention, le mega riunioni che vedono affluire
nell’immensa sala di questo albergo migliaia di persone
che partecipano ai gala promossi da varie sigle e associazioni.
Un albergo passato alla storia perché proprio di fronte al
suo ingresso secondario il presidente Reagan venne ferito da
John Hinckley, Jr. Era il 30 Marzo, 1981.
Nonostante il tempo inclemente quella sera i taxi continuavano
a riversare a getto continuo frotte di signore in
lungo e uomini in tuxedo diretti verso i varchi magnetici che
bloccavano l’accesso al salone delle cerimonie.
Funzionari dei servizi segreti, vestito nero, cravatta a righe
e auricolare e microfono in vista, controllavano borsette,
macchine fotografiche, camcorders, telefonini. Qualche
ospite veniva invitato a entrare dietro un separè dove veniva
analizzato da un metal detector portatile. Per le signore il trattamento
era condotto da un paio di agenti donne.
Tanto scrupolo era dovuto al fatto che quella sera il presidente
degli Stati Uniti sarebbe intervenuto al gala organizzato
dalla principale associazione degli Italo-Americani, la National
Italian American Foundation che coordina e rappresenta
i quasi venticinque milioni di oriundi italiani.
Si preannunciava un discorso di pochi minuti, giudicato
niente di più che una sveltina elettorale, per tenere buoni i
voti di quella componente di elettorato che aveva raggiunto
un peso politico molto consistente. Non più solo ristoratori
e pizzaioli, ma capi di aziende di alta tecnologia, giudici
della Corte Suprema, ministri, dirigenti, medici e scienziati
famosi.
La security del presidente aveva preteso che otto tavoli tra
quelli più importanti dell’immensa sala, a poca distanza dal
lungo tavolo presidenziale sul palcoscenico fossero eliminati,
lasciando un ampio spazio che era stato delimitato da un
cordone sostenuto da colonnine. E la richiesta non aveva reso
felici gli organizzatori della NIAF perché si trattava di tavoli
da ventimila dollari l’uno.
Gli altoparlanti in sala e nei corridoi cominciarono a
invitare gli ospiti a prendere posto. Molti si affannavano a
consultare con alcuni addetti agli ingressi della sala la planimetria
per identificare dove andare. Altri erravano sperando
finalmente di individuare il numero del proprio tavolo, sfilando
tra sedie già spostate da chi aveva preso possesso della
posizione, scansando le borse NIAF con dentro gli omaggi
delle varie aziende sponsor della manifestazione.
Paul Kidman, il Boss della Smithson & Bradley Law Firm
seguiva un paio dei suoi assistenti che lo stavano conducendo
al tavolo pagato profumatamente e in anticipo. Il suo volto,
di norma accigliato come sanno fare solo certi capi azienda
che vogliono tenere sulla corda i collaboratori ai quali non
concedono spazi di sia pur lieve contatto umano, era ancora
più scuro del solito. Perché al Boss giravano le scatole per
il fatto che i servizi di sicurezza della Casa Bianca avevano
imposto uno spazio di qualche metro tra il tavolo della presidenza
e quello da lui prenotato.
Ogni tanto distribuiva qualche stentato sorriso ai molti
che incontrava lungo il tragitto che si precipitavano a ossequiarlo.
Ma, soprattutto, non si soffermava sulle occhiate di ammirazione
che tutti i maschi rivolgevano alla superba lady
che lo accompagnava. Capelli rosso fuoco, colore naturale e
corpo da statua inguainato in un abito nero, grande scollatura
e profondo spacco laterale sinistro nel quale si insinuava il
movimento della coscia che appariva e scompariva secondo
il movimento.
Paul Kidman, nonostante la sua alterigia e supponenza,
sapeva come comportarsi in pubblico quando aveva la fortuna
di essere accompagnato da un pregiato esemplare di super
femmina.
Finalmente gli assistenti avevano individuato il tavolo e
il Boss, dopo avere salutato gli altri commensali che aveva
invitato (un senatore democratico e un congressman repubblicano,
di lontana origine italiana), aiutò la rossa compagna
a prendere posto sostenendo da dietro la sua sedia. Otto posti
intorno al tavolo, unica donna, costantemente ammirata,
la statua muliebre a sua volta riceveva con discreta simpatia
l’omaggio dei tanti che già la frequentavano per ragioni professionali.
La fama dell’avvocato Rachel O’Hara, alto dirigente
della nota società di lobby sulla K Street, non conosceva
confini. Specialmente tra i politici dei due schieramenti al
Congresso.
L’evento iniziò come cominciano tutte le grandi manifestazioni
grandi e piccole in America: inni nazionali interpretati
questa volta da due giovani ragazze molto avvenenti.
Purtroppo per quella italo-americana che, grazie a spinte e
sollecitazioni, si era vista attribuire l’incarico, il risultato finale
era stato molto scarso. Già l’inno di Mameli, a parte il
sentimentalismo patriottico, è musicalmente molto limitato.
Per giunta gli organizzatori si erano fatti convincere a usare
una pista preregistrata che aveva trasformato Fratelli d’Italia
in una sorta di languida canzonetta fuori tono per le possibilità
vocali della voce femminile. Insomma un disastro.
La ragazza che invece aveva interpretato The Star Spangled
Banner, l’inno americano, se l’era cavata bene, inserendo gli
immancabili vocalizzi, un’ottava sopra, che avevano suscitato
alla fine il lungo applauso dei tremila ospiti assiepati nel
salone.
Poi era stata la volta del monsignore che aveva pregato in
italiano e inglese.
Ed infine, Nancy Pelosi, in là con gli anni e ritornata a
essere Speaker della Camera, ovvero la terza carica dello stato,
aveva ricamato sulle sue radici italiane e infine aveva introdotto
il Presidente.
Il Commander in Chief aveva sfoderato anche in quella
occasione la sua consumata abilità di entertainer, dando la
sensazione di pronunciare a braccio un discorso che invece
seguiva sui pannelli laterali del ‘teleprompter’.
“Che sarebbe l’America senza l’Italia?” aveva chiesto retoricamente
al pubblico. E via con le citazioni di nomi quali
Colombo, Vespucci, Leonardo da Vinci, Galileo, Fermi fino
a terminare con i grandi italo-americani dello sport come
Di Maggio e, menzione ufficiale per la diva delle dive, Sofia
Loren.
Ogni frase del Presidente veniva sottolineata da applausi
fragorosi che si fecero ancora più consistenti quando il Capo
della Casa Bianca passò a ricordare i nomi degli italo-americani
membri della Corte Suprema, ministri, capi di agenzie
governative come la CIA o lo FBI, capi di aziende proiettate
nell’alta tecnologia.
Terminati i sette minuti del suo intervento, il Presidente si
rivolse ai membri che sedevano al lungo tavolo d’onore alle
spalle del podio, soffermandosi in modo particolare a stringere
la mano all’ambasciatore italiano a Washington e a quello
americano a Roma. Poi attorniato dagli agenti del Security
Service uscì attraverso una porta secondaria, dirigendosi
all’aeroporto dove avrebbe preso il volo su lo Air One diretto
in Ohio dove avrebbe dovuto tenere un comizio il giorno
dopo.
I grandi schermi televisivi che consentivano di seguire ogni
aspetto della manifestazione da qualsiasi angolo del salone,
erano impegnati ora dai filmati che precedevano il nome dei
personaggi che venivano gratificati in quella edizione del gala
NIAF da un premio alla carriera.
“Che ne pensa del discorso del Presidente?”, chiese Paul
Kidman, avvicinandosi all’orecchio sinistro di Rachel O’Hara
un po’ perché il gran frastuono degli altoparlanti non consentiva
di tenere una conversazione con un tono normale di
voce. E soprattutto perché non voleva che gli altri ospiti intorno
al suo tavolo sentissero quello che stava dicendo. Del
resto i suoi assistenti e i due membri del Congresso seguivano
con attenzione le immagini sui maxi schermi.
“Scritto bene, recitato meglio”. Rispose Rachel. “Rimbalzerà
su tutti i media italo-americani e gli assicurerà un po’ di
consenso anche su quella sponda che in genere è sempre stata
molto più sensibile ai messaggi dei repubblicani”.
“Concordo con lei. Però bisogna ammettere che è un
grande comunicatore. In questo momento ha bisogno di costruire
intorno a sé un consenso nazionale per avere una base
su cui fondare il suo piano di diffusione delle energie alternative.
Posso chiederle qual è il suo punto di vista, se non sono
indiscreto?”.
Rachel O’Hara, prima di rispondere, prese il bicchiere del
vino sul quale appoggiò le labbra sorbendo un po’ di Chianti.
Tanto per prendere tempo e riflettere. Si asciugò la bocca con
delicatezza e avvicinandosi a sua volta all’orecchio destro di
Paul Kidman gli chiese:
“Vuole un parere professionale o personale?”.
“L’uno e l’altro… ” fu la risposta fatta sorridendo dal Boss.
E uno dei suoi assistenti che aveva girato la testa verso i due
rimase sorpreso nel vedere una espressione quasi umana sul
volto del suo arcigno Capo.
“Le dirò... ”, cominciò Rachel. “Questo Presidente non
mi piace molto a titolo personale. Lo trovo vuoto e superficiale.
Gli asseriti successi della sua amministrazione dopo
sette anni di governo sono molto limitati nonostante lo
strombazzare della sua propaganda che, lo devo riconoscere,
sa come indirizzarsi alla pancia e non al cervello dell’americano
medio”.
Paul Kidman dedicò uno sguardo tra il sorpreso e il divertito
alla Rossa che gli sedeva vicino.
“Il progetto delle energie alternative è sostanzialmente
molto interessante, devo riconoscere. Liberare il mondo
occidentale, ma soprattutto gli Stati Uniti, dallo strangolamento
petrolifero dei paesi detentori di petrolio, mi riferisco
in particolare a quelli arabi, è comunque un proposito non
certo originale. Altri presidenti americani lo hanno espresso
in più occasioni nei decenni passati. L’attuale capo della Casa
Bianca è convinto di riuscire in qualche modo a limitare il
consumo di petrolio acquistato dall’estero, potenziando le
varie energie alternative”.
Rachel O’Hara prese fiato e si concesse ancora un paio di
sorsi di vino. Il cibo e il Chianti le avevano arrossate le guance
sulle quali si appoggiavano alcuni riccioli della chioma di
fuoco. Prima di riprendere a parlare si girò verso il Boss il
quale non tralasciava di gettare sguardi allupati sulla sua profonda
scollatura resa ancora più provocante da un reggiseno
push-up.
“Quanto al mio parere professionale, che dirle? Lavoro al
momento attuale con clienti del settore petrolifero. Ma nel
mio lavoro impegno solo il mio mestiere e la capacità dei
miei collaboratori. Non esprimo giudizi di merito, ma solo
di fattibilità. Come ogni esperto di lobby non sposo un’idea
politica, ma sono a disposizione di chi ci paga. E la nostra
preferenza va a quelli che ci pagano di più”.
Rachel concluse il suo discorso dedicando un sorriso malizioso
a Paul Kidney.
Il gala ormai volgeva al termine. Le signore in lungo stavano
alzandosi non senza prima avere preso le composizioni
floreali del centro tavola. Un’abitudine tutta americana che
scandalizzava le ospiti italiane al loro primo contatto con la
realtà delle mega riunioni nei grandi alberghi.

martedì 13 gennaio 2015

W.D.C sotto traccia Capitolo 18

Gaetano Olderisi, maestro venerabile della Loggia Garibaldi
era di fronte all’ingresso principale del George Washington
Masonic Memorial. E stava osservando dall’alto
della lunga scalinata il traffico che si snodava dalla King Street
verso la stazione ferroviaria Amtrak.
Il mausoleo era posto su una collinetta che dominava la
città di Alexandria. Se uno non si imbatteva nella grande
aiuola con il compasso e la squadra disegnati, avrebbe potuto
definire quella grande costruzione come un campanile di una
basilica cristiana.
Il Memorial era stato costruito nel 1920 con il contributo
di oltre due milioni di massoni americani che avevano espresso
in una lapide “la stima imperitura dei massoni americani
per colui alla memoria del quale questo monumento sarà testimonianza
per gli anni a venire”.
Michael Bardi stava salendo la scalinata di corsa, saltando
i gradini per fare prima. Arrivò finalmente in cima un po’
trafelato.
“Worshipful Master Olderisi, scusatemi. Non riuscivo a
trovare un parcheggio”.
Gaetano Olderisi, sorrise lo baciò tre volte sulle guance e
disse:
“Finalmente ho l’onore e il piacere di vedervi, Fratello Michael…
Entriamo dentro il tempio perché siamo inseriti in
una visita guidata e gli ho chiesto di pazientare per qualche
minuto”.
All’interno del memorial un piccolo gruppo di persone
stava attendendo Michael e il suo Maestro Venerabile. Una
coppia, lui pelle abbronzata, di media altezza, lei bionda e
molto graziosa che appoggiava la testa sulla sua spalla. Una
famigliola di grassoni, padre, madre e figlio, obesi e felici.
Si presentarono sorridendo: John, Mary e Peter. Venivano
dal Texas e John era un 'fratello' di una Loggia di Houston.
Un giovane sui venticinque, rigorosamente vestito di scuro
era la guida, dichiarò di non essere massone e di lavorare
nel tempio per guadagnare qualcosa.
“Buon giorno. Mi chiamo Tyron e sono la vostra guida per
la visita di questo memorial. La prima cosa che desidero dirvi
è lo scopo di questa costruzione”.
Si mise a leggere a voce alta l’iscrizione che campeggiava su
una architrave: "Per ispirare l’umanità attraverso l’educazione
che consenta di emulare e promuovere le virtù, il carattere
e la visione di George Washington, l’Uomo, il Massone e il
Padre della nostra Nazione”.
“Vedi Michael”, disse in italiano bisbligliando Gaetano
Olderisi che era passato al ‘tu’ lasciando il ‘voi’ massonico,
“Tutto questo può essere scambiato per culto della personalità.
Ma gli americani sono innamorati del loro Padre
Fondatore. È un sentimento diffuso, al di là delle differenze
di classe, di pelle e di religione. In un Paese come gli Stati
Uniti George Washington rappresenta tutto: il garante del
sentimento nazionale, l’artefice di una missione impossibile
condotta al comando di un esercito di contadini, male armati
e soprattutto, peggio addestrati. L’eroe che è riuscito a
sconfiggere l’esercito della nazione imperiale più potente nel
mondo. Un personaggio rinascimentale che univa a un grande
talento strategico anche enormi capacità imprenditoriali”.
La guida Tyron era impegnata nell’illustrazione dei due
grandi affreschi che coprivano le pareti principali del salone
d’ingresso. Il primo sulla parete nord raffigurava George
Washington che partecipava a una funzione religiosa nella
Christ Church a Philadelphia nel 1778 per aiutare i poveri
dopo il ritiro delle truppe inglesi dalla città. Il secondo affresco
raccontava la posa della pietra d’angolo del Campidoglio
nel 1793 fatta da Washington che indossava il grembiule
massonico, attorniato dai suoi ufficiali anch’essi con i paramenti
dell’Istituzione.
Scarso l’interesse della coppia di giovani che si sbaciucchiavano.
Tutto teso invece il grassone John del Texas, volto
illuminato dalla gioia di trovarsi nel santuario massimo della
massoneria. Sguardo rivolto alla grande statua in bronzo del
Fondatore della nazione.
“È come quando i turisti entrano a San Pietro, a Roma”,
pensava Michael. “Hai voglia di criticare lo sfarzo del tempio
e del Papato. Uno si sente catturato e schiacciato”.
“Adesso, disse Tyron la guida, prenderemo uno dei due
ascensori obliqui che salgono sino alla sommità della torre.
Proprio così. Non sono verticali ma hanno una incidenza di
7 gradi e mezzo. La loro costruzione è iniziata nel 1947 e ci
sono voluti anni prima che venisse completata”.
All’aprirsi delle porte il gruppo si incuneò nell’ascensore.
Michael dette un’occhiata alla targhetta che diceva quanto
era il peso massimo consentito e guardò con preoccupazione
i corpaccioni dei tre della famiglia texana che gli stavano davanti
rivolti verso l’uscita.
Il tour continuava a snodarsi nei diversi piani. Il terzo dedicato
all’ordine sociale del Grotto. Il quarto con il museo di
George Washington. Il quinto, settimo e ottavo piano dedicati
ai tre corpi principali del Rito York: Royal Arch, Royal
and Select Masters e i Knight Templars.
“Questa cappella dei Cavalieri Templari è molto significativa.
Lo sai che è stata inaugurata dall’allora vicepresidente
Nixon, che non era massone. Sono belle le vetrate con
le immagini di Cristo che guarisce il cieco, il sermone della
montagna e la Crocefissione e Resurrezione”, disse Gaetano
Olderisi.
“E pensare alla fine che hanno fatto fare a Jacques De
Molay e a tanti altri templari il papa Clemente V e il re di
Francia Filippo il Bello nel 1312. Altro che eresia: volevano
impossessarsi dei grandi tesori accumulati dai Templari nei
loro scontri con i musulmani”, replicò Michael accarezzando
una delle armature poste su un piedistallo.
“Il potere religioso e politico quando si combinano insieme
costituiscono una miscela molto pericolosa”, assentì Gaetano
Olderisi pensieroso.
E finalmente l’ascensore obliquo raggiunse il nono piano,
la cima della torre.
“Avete dieci minuti per uscire fuori sull’osservatorio che
corre intorno”, disse la guida.
Michael Bardi e Gaetano Olderisi fecero il giro del ballatoio,
ammirando la vecchia Alexandria e poi, al di là del
Potomac, la Washington monumentale della quale si scorgevano
a occhio nudo la cupola di Capitol Hill, le guglie della
Cattedrale multireligiosa e più lontano il complesso della
Georgetown University costruita nel 1789.
Mentre i componenti del gruppo si attardavano in osservazione
e fotografie su uno dei lati dell’osservatorio, Michael
e Gaetano preferirono lasciare il resto della comitiva appoggiandosi
al parapetto del lato opposto.
“Che succede Michael? Perché non partecipi ai lavori di
Loggia. Sai la stima che ho per te. Abbiamo bisogno di giovani
preparati e pieni di energia, come tu sei… ”.
“Maestro Venerabile, i miei impegni professionali mi impediscono
di partecipare con assiduità. Ma non sarei completamente
sincero se non le dicessi che se ho qualche ora
libera da passare a Washington preferisco dedicarla a qualche
amica… spero che lei mi comprenda… ”.
Gaetano Olderisi sospirò. “È un cammino lungo e difficile,
caro Michael, quello del massone. Lo scopo è quello di
lavorare per cercare di perfezionarci, di passare dalla pietra
grezza a quella squadrata”.
Continuò a illustrare a Michael gli obblighi morali di un
appartenente alla antica Istituzione che affonda le sue radici
nella notte dei tempi.
Olderisi parlava, parlava e Michael non osava interromperlo.
Tanto meno si azzardava a fare notare all’anziano fratello
che purtroppo in molte Logge manca, come dire?, un appeal.
Non si possono perdere ore a discutere del sesso degli angeli,
mentre fuori della Loggia la vita scorre a velocità convulsa.
E poi si sarebbe potuto osservare che se i massoni sono un
modello da imitare, allora è necessario tornare a mischiarsi e
confrontarsi nella società civile per cercare di modificarne i
comportamenti in senso positivo.
Predicando, ma soprattutto, praticando i canoni della morale
e dell’etica. A cominciare dalla politica.
Questo pensava Michael mentre Gaetano Olderisi dipanava
con il suo eloquio sonnolento la sua litania massonica.
Con la coda dell’occhio Michael si accorse che qualcuno
era entrato nella loro sezione dell’osservatorio.
Era il giovane dal carnato bruno, rimasto solo, che si avvicinava
sorridendo.
Istintivamente Michael portò la mano alla pistola sotto
l’ascella. Ma non fece in tempo a estrarla. Due colpi secchi
della Beretta con silenziatore e Michael crollò a terra mentre
dalla spalla sinistra cominciava a fuoriuscire un rigagnolo di
sangue.
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Il telefono squillò.
Una mano sollevò il ricevitore.
“Fatto!” disse una voce e riattaccò.
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La splendida rossa, che si lasciava una scia di profumo che
aveva già messo in catalessi un paio di portantini dello Inova
Alexandria Hospital, si avvicinò al banco delle informazioni
dietro il quale sedeva una volontaria al di là dei sessanta.
“Può dirmi qual è la camera del Sig. Bardi, please?”.
“Non può ricevere visite. A meno che si tratti di casi molto
urgenti… ”, rispose la dama volontaria con una palese
acredine.
“E allora io sono un caso molto urgente. Perché sono il
suo avvocato”. E Rachel tirò fuori dalla borsa Prada la sua
tessera professionale.
“Scriva qui il suo nome e ora di entrata, poi prenda l’ascensore
di destra. Stanza numero 24/d”.
La porta si socchiuse lentamente. Michael cercò con la destra
la P38 sotto il cuscino.
Un folata di Boucheron si insinuò nella stanza prima che
comparissero le forme sinuose di Rachel.
“Michael, tesoro: ma che ti hanno fatto?”, chiese la rossa
sventolando la sua gran chioma di fuoco, mentre si chinava
a depositare un casto bacio sulla fronte del giovane paziente.
Rachel prese posto sulla sponda del letto.
“Chiaramente ci sono persone che vogliono farmi fuori”,
disse Michael con un filo di voce perché ancora debole per la
gran quantità di sangue che aveva perduto.
“Per mia fortuna era con me un amico che si è prodigato
nel chiamare l’ambulanza e farmi portare qui dove sono stato
operato per qualche ora. Perché sembra che la mia spalla fosse
messa molto male”.
“Ma ho letto sul Post che ti hanno sparato due colpi. Uno
deve essere andato a vuoto”.
“No. Quando sei il target di un assassino professionista il
margine di errore non esiste o è minimo. Il primo colpo mi
ha preso al torace, ma porto sempre il giubbetto antiproiettile
in teflon che mi ha salvato. Dovresti ricordare, visto che
mi hai spogliato molte volte. Il colpo mi ha rotto un paio di
costole”.
Rachel sorrise, ammiccando.
“Come sta lui?” chiese e cominciò ad accarezzare il pene
di Michael che nonostante la ferita e la debolezza reagì immediatamente.
“Sta bene, vedo”. E sollevata la coperta e il lenzuolo iniziò
un trattamento di blow job eseguito con tecnica raffinata.
Un colpo alla porta che si aprì. Entrò d’impeto una infermiera
nera di grosse dimensioni.
“Le visite sono terminate. Prego lasciare subito il malato”.
Rachel raccolse la borsa da cui tirò fuori un fazzoletto col
quale si asciugò la bocca fulminando con uno sguardo di odio
l’infermiera cicciona che la soqquadrava con aria ironica.
“Bitch, puttana” sussurrò la nera mentre Rachel superava
la porta, “Abbiamo telecamere in ogni unità e ti abbiamo
seguito live. Grande successo soprattutto fra i medici e le infermiere
stagiste”.
L’avvocato O’Hara uscì dalla camera di Michael Bardi sfilando
davanti a un gruppo di dottori e nurse che applaudivano
ghignando.

domenica 4 gennaio 2015

W.D.C sotto traccia - capitolo 17

L’Embraer ERJ’s 170 lr della Egypth Air Express proveniente dal Cairo iniziò l’avvicinamento all’International Airport di Hurghada. Tra i quaranta passeggeri quattro parlavano russo ed erano sbarcati un’ora prima da un volo diretto Mosca-Cairo gestito da Aeroflot. “Ormai Hurghada è diventata una colonia marina russa”, disse uno dei quattro parlando all’orecchio del suo compagno di viaggio che avrà avuto una sessantina di anni. “Mi ricordo venti anni fa quando ci sono venuto la prima volta”, aggiunse l’altro passeggero scolando una micro bottiglietta di vodka che aveva pagato allo steward in dollari. “Anche questo aeroporto - aggiunse - lo sai… glielo abbiamo fatto noi, in un pacchetto di altre infrastrutture militari. A cominciare dalla diga di Aswan che gli ha dato energia elettrica a non finire”. “Già. Però gli ha rovinato tutto l’ambiente. Per millenni le piene del Nilo erano il miglior fertilizzante. Oggi sono costretti a importare concimi chimici a migliaia di tonnellate. Senza parlare del Delta dove ormai l’acqua salata entra per chilometri e brucia le colture”.
Il russo più anziano guardò con aria divertita il giovane compagno di viaggio che si era lanciato in una elencazione dei guai causati dalla diga di Aswan. “Vedo che ti sei imbevuto di propaganda capitalista”, disse. Il giovane russo scosse la testa. “Proprio per niente. Questi sono dati e non sono smentibili. Resta il fatto che l’Unione Sovietica ha dato all’Egitto e altri paesi africani nel giro dei decenni migliaia di miliardi di rubli. E oggi ci ritroviamo questo paese sotto il controllo degli americani. Un bel successo”. Il sessantenne russo, corporatura massiccia, aspirò dalla finta sigaretta elettronica che emetteva vapore a ogni boccata. “Ti stavo dicendo di Hurghada”, continuò il giovane russo. “Oggi è una grande città con centinaia di alberghi. La concorrenza di Sharm El Sheik dall’altra parte del Mar Rosso l’ha messa un po’ in affanno negli ultimi anni. Ma dopo gli attentati che ci sono stati a Sharm El Sheik e la criminalità che sta aumentando, Hurghada ha ripreso a correre. Pensare che era il paradiso degli scuba divers. Molti si spostano ora a Mar Sa La. E Hurghada continua a essere il sessificio, tipo Rimini in Italia. Ma a prezzi molto abbordabili per la classe media russa”.
L’Embraer toccò terra dolcemente. I controlli doganali li avevano già fatti al Cairo e i quattro si imbarcarono su un’auto a noleggio nera che attendeva appena fuori del terminal con un cartello inserito nel lavavetro su cui era scritto Lilyland. Lilyland Beach Club era uno dei primi resort costruiti a Hurghada da architetti italiani. Nonostante fossero passati un paio di decenni, Lilyland conservava ancora una sua originalità rispetto ai falansteri realizzati da catene internazionali alberghiere nelle quali a norma di legge doveva figurare una sostanziale presenza del capitale egiziano. Di quale provenienza non era il caso di indagare. Piccole unità abitative di diverso taglio, grandi piscine. E una baia artificiale con un lungo molo che si addentrava nelle chiare acque del Mar Rosso. Lilyland per anni era stato un punto di riferimento per il turismo medio alto italiano e tedesco. Poi l’invasione dei russi che con mille dollari potevano trascorrere quindici giorni a mezza pensione, aereo compreso, aveva abbassato il livello del resort. Hurghada era ormai in mano ai russi, al punto che la cartellonistica era scritta in cirillico. A Lilyland la direzione si era vista costretta a riservare il ristorante centrale solo ai russi. Italiani e tedeschi erano pregati di andare da altre parti.
Dopo avere fatto check in i quattro russi si videro consegnare la chiave dell’unità che era stata loro assegnata. Presero uno degli shuttle elettrici e l’autista si fermò davanti alla loro abitazione. Due camere con letti separati, due bagni, tinello con cucina e grandi divani che all’occorrenza si trasformavano in letti. Erano ormai le otto di sera e dopo aver indossato abiti da spiaggia, i quattro si diressero verso il ristorante russo. Un cameriere mostrò loro un tavolo riservato. Il locale era pieno di connazionali. Intere famiglie con ragazzini, alcuni dei quali urlavano a più non posso. Donne mature single in cerca dell’avventura egiziana. Passando tra i tavoli colsero gli sguardi di un gruppo che stava cenando. L’appuntamento era alle 23:30 intorno alla piscina quando fosse terminato lo show serale del gruppo di intrattenitori italiani. “Va bene questa bottiglia?” chiese sorridendo Valery, uno di quelli che li avevano osservati quando entravano nel ristorante. Ridendo mise sul tavolo di plastica una bottiglia di vodka gelata appena tolta dal freezer. Il gruppo era composto da otto persone che si accomodarono intorno al tavolo rubando un po’ di sedie agli altri clienti. “Quello che ci vuole”, disse Andrei, il tipo sessantenne appena arrivato dal Cairo, accendendosi l’ennesima sigaretta vera. Giro di liquore tra tutti i presenti. “Cheers, prost, skoll, nastrovie, good health, salute”, disse Valery. Gli altri risposero con un sonoro “Nastrovie!”. “Tovarich, cominciò Andrei parlando sommessamente, Ci troviamo qui per una serie di ragioni. Alcune di scenario altre che richiedono un impegno immediato. Non si tratta solo di una guerra tra noi che abbiamo e controlliamo il petrolio e i verdi che vogliono la sostituzione dei fossili con le energie alternative. Fuori di dubbio che la decisione, dopo il disastro di Fukushima, del primo ministro giapponese di stoppare la costruzione di nuove centrali nucleari e focalizzarsi sul green, ha rotto le uova nel paniere, non solo a chi costruisce centrali nucleari, ma anche a tutti quelli che estraggono, vendono e raffinano petrolio”. Altro giro della bottiglia di vodka e mugolii di consenso. Andrei continuò: “Ma non è che anche tra quelli che estraggono petrolio ci sia concordia. Gli arabi stanno portando avanti una politica a dir poco confusa. La casa reale dell’Arabia Saudita continua nella sua azione di lobby in America, lavorando ai fianchi i parlamentari dei due partiti. Mi risulta che abbiano assoldato uno dei più feroci killer con lo scopo di eliminare tutti quelli che in qualche modo possono intralciare il loro lavoro. Non mi sorprenderei se il target finale fosse anche il Presidente degli Stati Uniti che, sicuro del suo secondo mandato e fanatico delle energie non derivate dal fossile, sta dando un grande supporto a tutte quelle iniziative imprenditoriali che sono focalizzate sul solare, vento, maree, biomassa e via citando”. Gli altri sette intorno al tavolo si scambiarono occhiate di preoccupato consenso.
“L’Irak segue le direttive che riceve da Teheran. Ma lo scenario è in movimento per colpa degli israeliani che vogliono assestare una mazzata in testa all’Iran. Quanto alla Libia, dopo l’uccisione di Gheddafi, i ribelli hanno confermato una linea di prudente collaborazione con gli USA, Francia e Italia. Se poi ci spostiamo sull’America latina, il Venezuela continua a essere un’incognita soprattutto dopo la notizia della malattia di Chavez. Noi come Russia non possiamo permetterci di rinnegare i nostri rapporti con gli USA. Anche perché loro hanno una gran bisogno delle nostre Soyouz per rifornire la stazione spaziale. Ci pagano bene i passaggi. 63 milioni di dollari a sedile. E ci lasciano lavorare abbastanza bene in America Latina perché ogni tanto gli vendiamo informazioni riservate sui colombiani e la coca importata negli States. Adesso con i sottomarini costruiti ad hoc”. “Ma non c’è solo l’America, compagno Andrei”, intervenne Valery che sembrava essere il portavoce dell’altro gruppo. “I consumi mondiali di carburante stanno aumentando in maniera esponenziale e non possiamo perdere la fetta che ci siamo assicurata”. “Sacrosanto quello che dici, Tovarich. In questo scenario globale si inserisce anche una nostra esigenza immediata: quella di non perdere il controllo della situazione. La competizione interna al nostro schieramento fatta dagli arabi è un grosso problema. Come sapete da anni gli americani soffiano con la CIA sui movimenti irredentisti delle nazioni nordafricane. Qualche risultato l’hanno ottenuto con la decapitazione dei dittatori del nord Africa e Yemen che erano al potere da decenni. Ma prendete il caso dell’Egitto: le proteste di piazza Tahrir hanno fatto fuori Mubarak. Al suo posto si sono installati i generali che di Mubarak ne avevano piene le palle. Ma non è che con loro la situazione sia migliorata. Anzi i Fratelli Musulmani che prima vivevano in semiclandestinità, adesso sono uno dei pilastri dello scenario politico”.
Il bar aveva chiuso i battenti non senza avere prima fornito un’altra bottiglia di vodka che era stata pagata da Andrei. Gli ospiti del resort erano ormai andati a dormire. Alcuni si dovevano alzare alle cinque per andare a Luxor unendosi con i loro van in affitto alle centinaia di veicoli che si muovono sull’autostrada con camionette di poliziotti armati in testa e in coda nel caso di attacchi di qualche terrorista. Li attendevano ore di spaventi perché all’interno della lunga fila gli autisti si superano al millimetro ingaggiando epiche tenzoni. Altri erano fatti di stanchezza per le lezioni di wind surf, scuba diving, beach volley, gite a cavallo a malapena attenuate dai massaggi forniti dalla SPA del resort. Gli otto adesso potevano parlare con un tono di voce più marcato. Ma non c’era voglia di dialogare, quanto piuttosto di ascoltare quello che Andrei continuava a esporre con un linguaggio secco e tagliente che rivelava la sua passata esperienza di alto ufficiale nel KGB ai tempi dell’Unione Sovietica.Altro giro di vodka e Nastrovie. “Questo fondamentalismo islamico è preoccupante non solo per gli occidentali. Ma anche per noi. Se pensate a quello che ci costa la Cecenia. Ecco perché ritengo che la vecchia idea americana di fare leva sulle loro divisioni religiose (sciiti e sunniti) per farli implodere sia tutt’ora un elemento di cui tenere conto, lavorando sui contrasti e gli scontri dove e quando sia possibile. Ognuno di voi ha una posizione di rilievo nella Famiglia. Tenetevi pronti a intervenire con i vostri luogotenenti nelle aree in cui vi sarà richiesto. Il nostro deve essere un lavoro sotto traccia, come sempre. Ma, definito l’obiettivo, dobbiamo portare a casa risultati. E tra i risultati vi saranno attentati nelle principali piazze occidentali da attribuire ai fondamentalisti islamici. Che negheranno, figuriamoci. Ma questo deve fare crescere l’odio diffuso nell’opinione pubblica occidentale contro l’arabo e quello che rappresenta in termini di pericolo e condizionamento. Purtroppo c’è il problema del terrorismo interno nelle nazioni democratiche. Come è successo a Oslo, ve lo ricordate? Per colpa di quell’imbecille fondamentalista cristiano, neonazista che ha ammazzato più di novanta persone. E dire che quelli di Al Qaeda ci si erano buttati sopra, salvo poi fare una clamorosa marcia indietro. Un pericolo che persiste in tutte le democrazie industriali. Pensate alle cento sessanta vittime delle bombe a Oklahoma City nel 2005”.
Andrei si soffermò e invitò a parlare gli altri ‘compagni’. Molte le domande di approfondimento. Una in particolare: qual era lo stato dei rapporti tra loro e Cosa Nostra. Andrei riprese la parola. “Come si fa a fidarsi degli italiani? Non per niente gli hanno appiccicato addosso la definizione che sono il popolo che non finisce una guerra dalla parte in cui l’aveva cominciata. Sono ‘double standard’, fa parte della loro natura, del loro DNA. Del resto hanno sempre servito molti padroni, salvo tradirli al momento opportuno. Noi ci facciamo rispettare e li rispettiamo finché stanno ai patti. Ma vi ricordo che quando ci troviamo di fronte a comportamenti ambigui dovete informarci immediatamente. Noi prenderemo le nostre decisioni immediate e sapete quali sono. Domani partiamo, ognuno con la propria destinazione operativa. Ci troveremo in un altro paese per fare di nuovo il punto sulla situazione. Das Vidaniya, arrivederci al prossimo incontro”. Valery: “E a proposito del Rock, che ci dici?”. Andrey: “Chi l’ha costituita?”. “Cardoni, mi sembra” disse Valery. “Di che nazionalità è Cardoni, tovarich Valery?”. “Italiano… ”. “Bene: ti sei dato da solo la risposta”.

sabato 27 dicembre 2014

WDC sotto traccia - Capitolo 16

“Fratello Bardi, gracchiò la voce al telefono, Come state? Sono Cardoni. Vi chiamo da Roma perché ho saputo di un piccolo inconveniente che vi è capitato in Mexico. Vi siete preso ‘la vendetta di Montezuma’. Una fastidiosa gastroenterite, male tipico dei turisti che non prendono precauzioni prima di andare da quelle parti. Che è poi il corrispondente della ‘vendetta di Allah’, con tutto il rispetto per gli amici musulmani, che ti costringe a lunghe sedute nel bagno. Spero, comunque, che vi siate rimesso bene. La prossima volta prendete del Bimixin prima di partire. Tutto va avanti al meglio, a parte Montezuma. Vi raccomando solo di non essere emotivo. A proposito: mi hanno telefonato dalla Smithson & Bradley Law Firm di Washington chiedendomi di ringraziare il caro Edmundo. È proprio vero che gli estremi si toccano”. A presto”. Michael chiuse il cellulare, mentre dall’altro lato della scrivania Rachel si abbassava gli occhiali sul naso e lo guardava con aria interrogativa. “Tutto OK. Un amico da Roma”. Disse Michael liquidando l’argomento.

Oreste Balducci, segretario della Loggia Garibaldi, lesse per la seconda volta l’e-mail ricevuto. “Gentile Segretario: come sapete sono molto impegnato in frequenti viaggi all’estero per la mia attività professionale. Questi viaggi mi tengono lontano da Washington per lunghi periodi di tempo. Volendo continuare il mio percorso di perfezionamento massonico, vi sarei molto grato se voleste farmi avere un ‘Certificato di buona condotta’ che viene richiesto quando chiedo di essere ammesso ai lavori di qualche Loggia nei paesi in cui mi trovo a operare. Ringraziandovi vi porgo il mio TFA (triplice Fraterno Abbraccio). Michael Bardi, Master Mason”.
Oreste Balducci compose il numero del telefono di Gaetano Olderisi, Worshipful Master della Loggia. E gli lesse il messaggio appena ricevuto. “Questo è uno di quelli che non si fanno vedere in Loggia e chiede di avere anche il passaporto massonico. In tanti mesi non ha trovato il tempo di dedicare due ore a una tornata della nostra Officina”, disse il Maestro Venerabile con tono seccato. “Rispondi che la pratica è di competenza della gran segreteria della Gran Loggia alla quale manderemo la richiesta. Bisogna che lo incontri. È un ottimo giovane, superpreparato. Potrebbe essere per noi una gran risorsa, solo che volesse dedicare uno spicchio del suo tempo alla nostra Loggia”.

Le cinque del pomeriggio in Piazza Signoria a Firenze. Seduto a un tavolino all’aperto del Caffè Rivoire, un uomo sulla trentina, incarnato olivastro tipico di un mediorentale. Assorto nei suoi pensieri, mentre sorseggiava una granita potenziata con un bicchiere di vodka. Il suo aspetto all’appa
renza comune, aveva se lo si guardava con attenzione degli elementi inquietanti. Ammirava le meraviglie artistiche della città disposte a pochi metri da lui. Sul tavolino teneva una guida di Firenze. Di fronte la facciata di Palazzo Vecchio, con in cima alla scalinata la copia della statua del David di Michelangelo. “L’originale si trova a San Marco”, pensò. E si mise a osservare con un piccolo binocolo la fontana del Nettuno meglio conosciuta dai fiorentini come ‘il Biancone’, scultura fatta dall’Ammannati e distrutta a parole da Michelangelo. E poi la Loggia dei Lanzi sulla destra e tra le varie statue quella di Perseo con la testa di Medusa. Un sorso di granita. L’uomo ricordò la descrizione del Cellini nella sua autobiografia, quando in piena fusione della statua gli venne a mancare lo stagno. E sguinzagliò tutti gli apprendisti della bottega a raccogliere dai vicini le posate di quel metallo che, gettate nel crogiolo, salvarono la fusione a cera persa. La prima in un pezzo solo di così grandi dimensioni. Che uomini quegli artisti fiorentini.
Il suo cellulare cominciò a vibrare. L’uomo aprì la conversazione. Dall’altra parte una voce chiaramente crittata attraverso un meccanismo speciale gli chiese dove si trovava. “A Firenze, in piazza della Signoria”. Rispose sussurrando nel ricevitore. “Bene: le verrà consegnata una busta con i dettagli della nuova missione. Si mantenga sottotraccia il più possibile. Eviti ogni iniziativa che possa lasciare un ricordo. A Firenze lei è uno delle decine di migliaia di turisti che ogni giorno affollano la città. Si comporti come tale. Questa vacanza a Firenze deve servire per far decantare la situazione. Non mi faccia aggiungere altro, ha capito?”.
Guardò l’orologio e confrontò l’ora con quella della torre di Palazzo Vecchio. Lasciò 20 euro e si avviò verso l’ingresso principale dove già un uomo di mezza età lo stava aspettando con un cartello sul quale figurava una X. “Bene arrivato, lieto di conoscerla. Mi chiamo Giovanni e sono una guida ufficiale. Devo dire che lei deve essere sicuramente una persona molto importante (ride) perché non è facile farsi aprire lo studiolo a quest’ora”. La conversazione o meglio, il monologo avveniva in buon inglese. Sorriso stentato dell’ospite. E invito ad andare avanti nell’illustrazione. “Da quello che lei mi ha scritto non è il caso di soffermarsi sul Salone dei 500 e Museo degli Uffizi che lei ha già visitato in altre occasioni”.
Ma entrati nell’immensa sala, che è stata sede anche del primo parlamento dello stato italiano quando Firenze per poco tempo ne fu la capitale, si soffermò rivolgendosi alla parete nord coperta da uno dei giganteschi affreschi del Vasari. “Forse lei sa – iniziò Giovanni notando che comunque il suo cliente non era rimasto insensibile alla bellezza degli affreschi - che un noto ricercatore fiorentino, (ne hanno parlato a più riprese le grandi televisioni di tutto il mondo) il professor Maurizio Seracini, da più di venti anni sostiene che sotto questo affresco vi è quello di Leonardo conosciuto come ‘La Battaglia di Anghiari’. “No, non lo sapevo”. Rispose il turista senza abbassare lo sguardo. “Si tratta di una storia affascinante: Leonardo che era sempre alla ricerca di innovazioni, volle dipingere l’enorme parete riscoprendo l‘ ‘encaustum’, una tecnica pittorica a base di olio di noce che a differenza del tradizionale affresco avrebbe dovuto consentire una migliore ‘riflessione’ pittorica, una luce diversa. Purtroppo, come narrano le cronache del tempo, l’intonaco rigettava i colori. Pensi che Leonardo allestì degli enormi bracieri sperando di asciugare la sua opera. Ma fu inutile. E Leonardo rinunciò al lavoro. Sulla parete ricoperta di intonaco il Vasari affrescò i suoi dipinti”. “E questo come lo sappiamo?” chiese l’uomo con un pizzico di insofferenza, cercando di giungere alla fine della storia. “Beh, questo Seracini con tecnologie speciali sembra abbia individuato i frammenti dell’opera di Leonardo. Ma l’amministrazione comunale di Firenze si è sempre opposta a che si facessero dei carotaggi. La solita burocrazia. Oggi è diverso: hanno dato un assenso a effettuare dei sondaggi. Ma sono insorti dei gruppi capitanati da intellettuali e critici d’arte che si sono rivolti alla magistratura. Insomma: una classica storia all’italiana”, concluse la guida Giovanni dirigendosi verso la porticina che dava sullo studiolo e che fu aperta da un dipendente comunale, visibilmente contrariato perché doveva fare uno straordinario. Il visitatore passandogli davanti gli allungò un biglietto da 50 euro e la faccia assunse un’espressione più rilassata. “Vadino e faccino pure con comodo”, disse il funzionario che doveva avere qualche problema con il congiuntivo della lingua di Dante. “Siccome lei non è un turista qualsiasi, disse la guida Giovanni, sento il dovere di dirle che le farò una duplice esposizione. La prima di carattere ufficiale e la seconda di carattere, diciamo, popolare. Cominciamo col dire che questo piccolo studiolo era il luogo in cui Francesco I de’ Medici amava ritirarsi per i suoi,
esperimenti e ricerche. Francesco, secondo duca di Firenze dopo il padre Cosimo, era un tipo molto particolare per niente amato dai suoi concittadini che angariava con l’imposizione di gravi tasse perché doveva pagare il suo contributo a Ferdinando I di Austria, suo cognato, imperatore, del quale aveva sposato la sorella che sembra fosse claudicante. Ma che dette a Francesco sette figli prima di morire a 31 anni. Qualcuno dice avvelenata da Bianca Cappello, l’amante di Francesco, da lui sposata subito dopo la morte della moglie, dopo averne sistemato il marito. A Francesco interessavano l’alchimia e le collezioni. Ecco: questo studiolo è una sorta di wunderkammer, un luogo dove catalogare i materiali collezionati. È stato completato da Giorgio Vasari e Giovan Battista Andriani. Dopo la morte del GranDuca nel 1587 questo studiolo è stato abbandonato. E solo nel 1920 si è deciso di ripristinarlo basandosi sule documentazioni molto accurate del Vasari. «Lo stanzino ha da servire per una guardaroba di cose rare et pretiose, et per valuta et per arte, come sarebbe a dire gioie, medaglie, pietre intagliate, cristalli lavorati et vasi, ingegni et simil cose, non di troppa grandezza, riposte nei propri armadi, ciascuna nel suo genere. » Vede quel quadro di Giovanni Stradano, ‘Il laboratorio dell'alchimista’? L'uomo al lavoro in basso a destra è lo stesso Francesco I de' Medici. Francesco non ha voluto alcun riferimento religioso nei quadri che adornavano il suo stanzino e la cameretta attigua. E questo gli ha inimicato la curia che a quei tempi non perdonava. Anche se Francesco era un guelfo”. La guida Giovanni continuava a illustrare le pitture sulle pareti. Molte coprivano le porte di armadi. “Queste sono le personificazioni dei Quattro Elementi e
cioè Aria, Acqua, Terra e Fuoco. Nei quattro riquadri angolari, infine, sono rappresentate alcune entità alchemiche: la Flemma, fredda e umida come terra e acqua; Il Sangue, umido e caldo come acqua e fuoco; la Malinconia, fredda e secca come terra e aria; la Collera, calda e secca come aria e fuoco. Questi sono i ritratti dei genitori di Francesco: Cosimo I e Eleonora di Toledo di Alessandro Allori, che copiò quelli ufficiali del Bronzino. In totale otto nicchie per le statue e trentasei dipinti. Dietro ogni pannello si trovano armadi, con l'eccezione di una presa d'aria (badi bene) e porte che conducevano alla stanza da letto di Francesco e ad altre due stanzette "segrete" (lo studiolo di Cosimo e il presunto Tesoro). Bene. Fin qui la descrizione ufficiale. E ora quella ufficiosa che affonda nella credenza popolare. Perché vede: che Francesco fosse un tipo strano e molto dispotico lo abbiamo già detto. Come succede a tutti gli inventori e soprattutto agli alchimisti che erano impegnati nella ricerca della pietra filosofale e nella trasformazione del piombo in oro, insomma: anche questo può avere contribuito a creargli una brutta fama tra i fiorentini. Aggiunga che la morte della prima moglie è stata considerata dalla vox populi come la conseguenza dell’avvelenamento fatto da Bianca Cappello. Resta comunque la diceria del popolino che era solito dire: “Francesco è a palazzo” quando si scoprivano pezzi di cadaveri, soprattutto femminili sezionati che galleggiavano sulle acque dell’Arno. E in questa stanzetta, dicono quelli che nel 1920 fecero i lavori di restauro dello studiolo, sembra che ci fosse uno scivolo adibito, pare, allo smaltimento delle scorie degli esperimenti che Francesco conduceva. Esperimenti che erano l’esca per invitare qualche donzella e qualche cavaliere a vedere le meraviglie che aveva preparato. Ma che non potevano tornare a raccontare agli altri. Non è da escludere che all’origine di questa diceria ci fosse l’atteggiamento della Chiesa che odiava Francesco. E quanto ai cadaveri, di gente morta ammazzata a quei tempi ce n’era abbastanza ogni sera. Non è un caso che i Medici avessero ordinato al Vasari la costruzione di quel corridoio Vasariano che da Palazzo Vecchio, passando sul Ponte Vecchio e superando l’Arno conduce direttamente a Palazzo Pitti. Un modo per evitare attacchi da parte di qualche banda assoldata da famiglie avversarie che odiavano i Medici. Francesco e Bianca morirono lo stesso giorno. Dicono per malaria. Molti sostengono perché avvelenati dal fratello del Gran Duca Ferdinando che aspirava a prenderne il posto. Insomma: storie di ordinaria follia aristocratica”. L’ospite, colorito olivastro, naso pronunciato tipico di un arabo, si soffermò a osservare la stanzetta definita camera da letto ufficialmente, ma che forse era stata il vero mattatoio del Gran Duca Francesco I, tipo strano e depresso. Con la mano sinistra accarezzava le pietre che sporgevano e il suo sguardo era assente. Un sorriso increspava gli angoli della bocca. Si appoggiò al blocco di marmo su cui Francesco aveva fatto a pezzi i poveretti che gli erano capitati tra le mani e che dovevano soddisfare la sua perversione. I minuti passavano scanditi solo dal respiro pesante dell’ospite, come se avesse avuto un problema al setto nasale. La guida Giovanni lo osservava con attenzione, senza interrompere quella singolare meditazione e pensava: “Ma guarda che tipo strano è questo qui. Sembra quasi che provi un orgasmo al pensiero che Francesco I maciullava in questa stanza le sue vittime. Boh!”.
Nell’aprire la porta il commesso comunale che aveva problemi col congiuntivo italiano, si avvicinò al turista e in ottimo inglese gli disse: “Hanno lasciato questa busta per lei”.
Habib Fareh si ritrovò in Piazza della Signoria e si mischiò a un folto gruppo di giapponesi intenti a fotografare il sesso esplicito delle statue di marmo. A cominciare dalla riproduzione del David di Michelangelo.

domenica 21 dicembre 2014

W.D.C sotto traccia - Capitolo 15

Michael Bardi non era riuscito a dormire bene. Erano passate alcune settimane dal suo viaggio lampo in Mexico. Il ricordo di Olivia e della notte piena di fremiti veniva spesso a galla nella sua coscienza. Anche nei ripetuti momenti di intimità con la rossa Rachel O’Hara, una vera macchina da guerra che lo utilizzava sessualmente con accanimento. Prima del suo ritorno a Washington Olivia gli aveva promesso che lo avrebbe chiamato sul suo cellulare. Ma fino ad allora non aveva ricevuto alcun messaggio. Olivia gli aveva dato anche il numero del suo ‘mobile’, pregandolo però di non usarlo perché poteva essere sotto controllo. Dopo avere inserito il sistema di allarme, che comunque non aveva funzionato quando qualcuno si era introdotto a casa sua a rovistare tra le sue carte, Michael si infilò nella BMW. Poca benzina nel serbatoio. Decise di fare una piccola deviazione su McArthur Boulevard dove era una stazione di servizio Exxon, tra le più care della Capitale. “È una cosa incredibile”, pensava mentre inseriva la carta di credito nella pompa, “Una differenza di prezzo con i rifornimenti in Virginia, al di là del ponte sul Potomac, che va dai 30 ai 40 centesimi a gallone”. Mentre il serbatoio si riempiva Michael si avvicinò a un telefono pubblico, inserì alcune monete e compose il numero del cellulare di Olivia in Mexico. Breve attesa scandita da scatti e modulazioni sonore. Suonava libero. Una voce maschile chiaramente registrata: “Notizia su El Sol de Acapulco”. E indicò la data.
Michael non se la sentiva di andare a lavorare con Rachel. Tornò a casa. Accese il laptop e andò sul sito del giornale messicano. Lesse l’articolo. Sbiancò in volto. Rimase come paralizzato a fissare nel vuoto per un minuto. Afferrò la bottiglia del whisky e si versò un mezzo bicchiere. Abbassò le tende nel suo studio e si adagiò nella poltrona di cuoio, bevendo a piccoli sorsi il liquore mentre l’impianto hi-fi diffondeva il Concerto n.5 per piano e orchestra di Ludvig Van Beethoven. Digitò sul suo smart phone fino a che trovò una fotografia. Olivia che sorrideva assonnata dopo la notte d’amore che avevano passato insieme. Olivia che si era sacrificata per lui, pur sapendo che stava correndo un grave rischio. Michael sentì gli occhi inumidirsi al pensiero della morte alla quale Gutierrez l’aveva destinata. Una morte terribile che sanzionava la vendetta del mafioso messicano che doveva essere stato informato da qualcuno dei suoi scherani. Oppure, come molto probabile, nella suite avevano messo delle telecamere invisibili.
Il suo cellulare cominciò a vibrare. Era Rachel che chiamava: “Che fai, non vieni in ufficio?”.
“Scusami, ma ho dovuto sistemare alcune pendenze urgenti… tasse e altre cose del genere con il mio consulente amministrativo. Mi hai anticipato, perché stavo per chiamarti.’ “Hai una voce strana questa mattina. Non ti senti bene?”. “Sono un po’ triste perché mi hanno telefonato dalla Svizzera che è morto un mio caro compagno di liceo”. “Mi dispiace Michael. A proposito mi ha telefonato Gutierrez e mi ha chiesto di domandarti se hai letto il Sol de Acapulco. Quando gli ho domandato a che cosa si riferiva mi ha detto che si trattava di una questione tra voi due. Che è successo?"

martedì 9 dicembre 2014

W.D.C sotto traccia - capitolo 14

Il Falcon atterrò all’aeroporto internazionale General Juan N. Alvarez e si diresse verso l’area dell’aviazione civile dove molti altri jet privati erano parcheggiati. Un SUV nero stava aspettando sulla pista. Si trattava di uno di quei mostri che escono dalle elaborazioni fatte da alcune aziende americane che blindano le vetture per i VIP. Vetri antiproiettile, lamine di rinforzo in acciaio temperato, teflon nelle portiere, pneumatici ad alta resistenza, impianto frenante raddoppiato e superturbo nel motore. Prezzo dopo il ‘trattamento’ paragonabile a quello di una Ferrari. Corso di guida per l’autista in un centro speciale gestito dalla stessa azienda che opera la blindatura. Materie trattate: come riuscire a superare senza danni un agguato stradale fatto con comparse che sparano raffiche a salve con i mitra, tecnica dello slalom con un veicolo molto pesante. Clienti delle fabbriche americane specializzate nella conversione delle auto: politici, imprenditori e anche narcotrafficanti. Figure professionali queste che spesso coincidono con la stessa persona. L’onorevole Edmundo Gutierrez scese velocemente la scaletta dell’aereo e si infilò nel SUV nero, stringendo al petto una borsa di cuoio. “Piccola, come stai?” disse sottovoce parlando su uno dei cellulari. “Oh, Edmundo, sei tornato. Sto molto meglio. Disturbi di noi donne. Sono felice che sei di nuovo qui”. “Te la senti di cenare? Ma non voglio costringerti a farmi compagnia se sei indisposta, amore mio”. Olivia rassicurò l’onorevole Gutierrez. Il tempo per Edmundo di fare una doccia e un po’ di relax. Si sarebbero trovati nella saletta riservata del Quetzalcoal alle 9. Olivia indossava un abito lungo di Balenciaga che ne metteva in risalto le splendide forme. Ampio dècolletè che copriva a malapena i capezzoli del seno generoso e pieno. Schiena nuda oltre la vita e tanga d’ordinanza per mettere in risalto il perfetto punto B. Si avvicinò a Gutierrez che già aveva preso posto a un tavolo riservato del noto e raffinato ristorante e lo baciò su una guancia. Poi prese posto di fronte a lui che le sorrideva con un’espressione estasiata per tanta immagine di bellezza. “Ho ordinato anche per te un cocktail di gamberoni. Spero vada bene. Poi proseguiremo con un filetto di cernia appena pescata”. Olivia ricambiò il sorriso reso ancora più accattivante da due fossette ai lati della bocca. “Come è andata la tua visita a Mexico City, se non ti chiedo troppo?”, chiese mentre impugnava il primo flute di champagne Veuve Cliquot brut millesimato. Edmundo Gutierrez toccò con il suo bicchiere quello di Olivia. “Con te non ho assolutamente segreti, amore mio. Soprattutto l’incontro col Presidente a quattrocchi, credo sia stato molto positivo. Vedi: lui ora ha bisogno di avere uno come me al suo fianco, dopo tante esperienze negative fatte con gli avventurieri del partito che finalmente hanno mostrato il vero volto. Il Presidente ha bisogno di poche persone di cui fidarsi. E me lo ha detto con espressioni di grande affetto. Poi siamo passati a esaminare in prospettiva gli anni che mancano alla scadenza del suo mandato che, come sai, qui in Mexico non può essere rinnovato. Al contrario di quanto succede negli Stati Uniti e in altri paesi”. Un sorso di champagne prima di affrontare un gambero. “Sono felice di sentirti dire questo. Finalmente il Presidente si rende conto di quanto sia importante avere al suo fianco una persona meravigliosa come te. E, soprattutto, di grande esperienza”. Edmundo Gutierrez fissò il viso di Olivia, i suoi occhi verdi che sembravano cambiare colore a seconda del suo umore. “Dio, quanto sei bella!”, disse. “Raccontami della tua giornata. Che hai fatto?”. “Nulla di particolare. Ho passato qualche ora ai bordi della piscina, quella grande. Poi sono andata sulla spiaggia e ho camminato a lungo. Avresti dovuto vedere che onde c’erano. Bisogna stare molto attenti perché all’improvviso ne arriva una alta e si corre il rischio di essere trascinati nell’oceano. Poi sono rientrata e dopo la doccia mi sono messa a leggere”. “Che stai leggendo, piccola?”. “Topo mio non ridere: sto leggendo il Corano. Perché voglio capire la ragione per cui quasi due miliardi di persone nel mondo sono musulmani. Anche se il Profeta è venuto a predicare 600 anni dopo Cristo”. “Mi fa molto piacere che tu cerchi di approfondire questi aspetti di una religione che a noi cristiani e cattolici sembra agli antipodi. Diventerai il mio consulente per i problemi della fede”. “Senti Olivia. Mi è venuta un’idea. Facciamo un salto alla Quebrada, dopo cena, a vedere l’ultimo spettacolo di tuffi della sera. Ti va?”. Olivia rispose che erano anni da quando aveva visto l’ultima esibizione. Il cameriere ossequioso servì la cernia con un contorno leggero di fagiolini e di piccole patate al forno. Lo SUV attraversò Acapulco velocemente grazie a un lampeggiante giallo che l’autista aveva posto sul cruscotto. I turisti americani che si avventuravano sulle strisce bianche dei passaggi pedonali dovevano far un salto indietro per non essere investiti. In Mexico non valevano le regole del codice della strada che non era rispettato da alcuno. Contava invece la legge del più forte. E quel SUV nero e superblindato era la quintessenza del potere seguito com’era da un’altra fuoristrada. Le tre guardie del corpo dell’onorevole Gutierrez si fecero largo tra le centinaia di persone che assiepavano le terrazze per assistere allo spettacolo di tuffi della notte. Olivia e il suo anziano amante trovarono uno spazio riservato vicino al parapetto. I turisti venivano tenuti lontani dai due. La Quebrada in spagnolo significa gola, burrone. È una spaccatura della costa nella quale si insinua il mare. I tuffatori che si esibivano lanciandosi dagli speroni di roccia che arrivavano sino ai 35 metri, facevano parte de La Quebrada Cliff Divers. Si dividevano i biglietti e le mance delle migliaia di turisti che affollavano ogni giorno i punti di osservazione. L’atleta doveva calcolare l’esatto momento in cui lanciarsi in un tuffo ad angelo che coincideva con l’ingresso dell’onda nella gola.
Ogni tuffatore si faceva il segno della Croce prima di gettarsi nel vuoto. Ormai si erano lanciati i più giovani da altezze diverse seguiti nella loro arrampicata libera sulle pareti del burrone dalle fotolettriche che illuminavano a giorno la scena. La vista dei giovani corpi abbronzati coperti da costumi da bagno ridotti che venivano stretti col cordino prima del tuffo mandava in sollucchero stuoli di donne di ogni età. L’ultimo tuffo era quello da trentacinque metri di altezza. Quella sera a lanciarsi era stato scelto il famoso Balboa. La fotocellula lo avvolse in un alone di luce. Balboa era piccolo, un corpo certo non statuario. Ogni sera insieme ai colleghi rischiava la vita per un pugno di dollari. Da quando la Quebrada Cliff Divers era stata fondata nel 1934 per difendere dallo sfruttamento i giovani tuffatori, qualche decina erano morti. Balboa si aggiustò il costume rosso mentre si sistemava sullo sperone di roccia. Salutò il pubblico agitando il braccio e chiedendo un applauso che scrosciò dai punti di osservazione e dal bar ristorante. Segno di Croce, qualche secondo di sospensione e poi si gettò nella Quebrada in un armonico tuffo ad angelo. Le telecamere dei turisti lo seguirono fino al suo impatto nell’onda che sopravveniva dall’ingresso della gola. Balboa penetrò nell’acqua in un punto quasi a ridosso della roccia, rischiarato dai fari. E riemerse poco dopo salutato dagli applausi della gente che cominciava a sfollare. Si arrampicò sul costone di roccia e riapparve sul parapetto proprio dove si trovava appoggiata Olivia che gli batté le mani e gli disse “Bravo!” “Grazie, señorita” sorrise l’omino. “Andiamo a vedere da dove si buttano”. Disse Edmundo Gutierrez e si diresse verso la scalinata che conduceva alla piattaforma dove si radunavano i tuffatori.
I turisti avevano lasciato la Quebrada e anche i tuffatori si erano ormai allontanati dopo l’ultima esibizione. Il giorno dopo sarebbe stato ancora più impegnativo a causa dell’oceano molto mosso. Ma la Madonna di Guadalupe li proteggeva. Edmundo Gutierrez tenendo per mano Olivia che si faceva trascinare sul bordo del cliff, le indicò la postazione dalla quale si era appena tuffato Balboa. “Edmundo, per favore: soffro di vertigini. Torniamo indietro”. C’erano delle sedie di plastica e Olivia e l’onorevole Gutierrez sedettero ad ammirare lo spettacolo della luna i cui raggi si riflettevano sulla baia e rendevano argentata l’onda che si insinuava nella fenditura. “Che notte fantastica!”, disse Edmundo. Su un tavolo di fronte a loro era appoggiato un secchiello pieno di ghiaccio nel quale troneggiava una bottiglia di Moet-Chandon. “Beviamo a noi e al nostro amore”. Cominciò a riempire due flutes e ne porse uno a Olivia che guardava l’oceano che si avventava ritmicamente nella gola e poi si ritraeva. Dopo il primo bicchiere fu la volta di un secondo che Olivia cercò sorridendo di rifiutare senza riuscire a scoraggiare il suo amante. “Edmundo, mi vuoi brilla? Lo sai che non tengo l’alcool”. “Questa, Olivia, è una serata speciale per noi. Non voglio ‘se’ e ‘ma’. Devi fare quello che ti chiedo per amore mio”. L’onorevole messicano tirò fuori dalla tasca interna della sua sahariana un astuccio d’argento che aprì e depose sul tavolo. Preparò due strisce di cocaina e utilizzando una cannuccia inserita nella scatola ne aspirò violentemente una. “Adesso tocca a te, Olivia”, disse porgendo il tubetto d'argento all’amante. “Edmundo: sai che mi sono disintossicata in quella clinica in New Mexico. Non posso, credimi”. “Stasera devi farlo, perché te lo ordino”. La voce di Gutierrez aveva assunto un tono minaccioso d’improvviso, lasciando da parte l’atteggiamento mieloso di pochi minuti prima. L’occhiata feroce del messicano, convinse Olivia a prendere in mano la cannuccia e a sniffare il contenuto della striscia. Poi si rilassò appoggiandosi allo schienale della sedia e assaporando il terzo bicchiere di champagne che Gutierrez le aveva di nuovo versato. Passarono alcuni minuti senza parlare, mentre alcool e droga cominciavano a far sentire i loro effetti. Il silenzio era rotto solo dal rumore della risacca. Le onde dell’oceano si andavano facendo sempre più alte. Gutierrez fece un cenno al suo assistente che si avvicinò e porse al maturo impreditore un lettore di dvd. “Olivia, metti la cuffia. Voglio farti vedere una cosa interessante”. La giovane donna guardò con sorpresa Gutierrez e obbedì fregandosi il naso. Sul piccolo schermo apparvero le immagini di Olivia e Michael impegnati in una notte di sesso estremo. El Sol de Acapulco la mattina successiva aprì con la notizia di sette trafficanti di droga uccisi e decapitati da una gang rivale. E all’interno la storia di una giovane turista americana precipitata nella Quebrada al termine dell’ultimo spettacolo di tuffi. Le autorità di polizia, dopo gli accertamenti medici, avevano dichiarato che la donna doveva aver perduto l’equilibrio intossicata com’era per droga e alcool.