sabato 27 giugno 2015

Capitolo 41 del giallo "W.D.C sotto traccia"

 Seal of the President of the United States.svg

Le urla di Michael al radio microfono risuonarono come
esplosioni negli auricolari dei body guards a difesa del Presidente.

Due tra quelli più vicini si gettarono addosso a POTUS,
lo atterrarono dietro il podio, coprendolo con il proprio
corpo, mentre nel salone si scatenava il finimondo.

Uno strano oggetto sferico era entrato e volteggiava urtando
nel soffitto, sbattendo contro le pareti, rimbalzando, in
mezzo alle urla stridule delle donne, agli ordini dei militari
che non sapevano cosa stesse accadendo, alle televisioni che
continuavano a riprendere le scene di panico.

Poi all’improvviso, la sfera nera sparò due piccoli missili
ad alto potenziale a distanza ravvicinata. Il primo colpì una
grande vetrata che andò in frantumi.

Il secondo si schiantò in mezzo alla folla uccidendo alcuni
spettatori e ferendone molti altri, mentre il soffitto crollava
in una nuvola di cemento, lasciando penzolare tubi e cavi vari.

L’impianto antincendio si era nel frattempo attivato allagando
morti, feriti e sopravvissuti che si aggiravano tra quei corpi inebetiti dal terrore.

Uno degli agenti che coprivano il Presidente era stato colpito
a morte da un blocco di cemento che si era staccato dal
soffitto.

I compagni spostarono velocemente il suo corpo e,
caricato il loro Comandante in Capo su una barella, corsero
fuori nel piazzale del parcheggio dove l’ambulanza blindata
attendeva.

martedì 23 giugno 2015

Capitolo 40 del giallo "W.D.C sotto traccia"

Il Drone sferico

Michael Bardi aveva dei crampi allo stomaco. Eppure non
aveva mangiato quasi nulla, salvo un pacchetto di crackers
che gli aveva dato Tom Genisio.

Il suo malessere era causato non tanto dallo stress, perché a
quello era abituato da una vita. No: sentiva che qualcosa non
stava marciando nel verso giusto, ma non sapeva dare una
connotazione precisa alle sue preoccupazioni.

Il suo team e quello dell’FBI avevano lavorato bene fino ad
allora, setacciando a tappeto ogni angolo della costruzione,
preparando linee di fuga, simulando decine di possibili attacchi
terroristici alla persona del Comandante in Capo.

Michael era un perfezionista e non si fidava a fondo degli
altri. Perciò decise di dare un’occhiata all’esterno mentre nel
salone continuava il dialogo, abbastanza tempestoso, tra il
Presidente e il gruppo di attivisti di estrema destra scarsamente
equilibrati dai pochi interventi dei più moderati. Di
liberali neanche l’ombra.

Verificato che le porte della sala dove si teneva l’incontro
col capo della Casa Bianca erano sorvegliate da decine
di agenti, uscì dalla porta principale dell’hotel e si diresse
verso il retro dell’albergo dove erano sistemate le cucine e i
magazzini.

Arrivato al recinto delle piscine notò un furgone con la
porta posteriore aperta vicino a un ingresso che sembrava
condurre verso qualche deposito dell’hotel.

Eppure aveva dato precise disposizioni che le operazioni
di carico e scarico dovessero essere interrotte sino al termine
dell’evento. Potevano essere riprese solo quando il Presidente
si fosse allontanato con la scorta.

Michael indossava un’uniforme nera con giubbotto antiproiettile,
aveva a tracolla un Heckler & Koch MP5 submachine
gun con alcuni caricatori nella cintura, e la sua Beretta
calibro 9.

Camminando acquattato contro il muro si avvicinò al giovane
che stava completando il carico di un carrello di casse di
birra. Gli saltò alle spalle bloccandogli la bocca con il guanto
e con la sinistra facendo pressione sulle giugulari.

Il ragazzo stava per perdere i sensi e Michael sventolandogli
sotto il naso il badge della CIA, a gesti gli fece cenno di
tacere e di andarsene subito. Appena ripresosi dallo spavento
il commesso entrò nel furgone, mise in moto e partì facendo
stridere le gomme.

Michael, accovacciato sulle gambe si mise a osservare il
perimetro delle piscine. Scorse riflessa dalla parte interna del
tetto dello splash una strana luminosità, come quella di un
televisore acceso.

Gattonando si spostò senza fare rumore verso l’ingresso
della piscina che dava sulla spiaggia. Si diresse verso la scala
che conduceva alla torretta augurandosi che non fosse di legno
e non scricchiolasse.

Cominciò a salire. La scala era fatta con una struttura di
ferro rivestita di plastica antisdrucciolo per evitare che i
 ragazzi potessero scivolare quando salivano per infilarsi nel tobogan.

Arrivato in cima alla scala vide l’uomo che stava digitando
su un telecomando e osservava attentamente un monitor. Le
immagini mostravano un oggetto sferico che volava passando
da un ambiente all’altro. Qualcosa di simile ai modellini di
elicotteri telecomandati.

Michael non aveva alternative: al radio microfono urlò
più volte “Emergenza Potus!” (President Of The United States, ndr)
mentre l’arabo, proprio quel tipo che aveva cercato di ucciderlo
sulla torre del George Washington Masonic Memorial,
riusciva a far entrare il drone nel salone, volando sulle teste
degli agenti che stavano alla porta della ball room e che erano
rimasti annichiliti per alcuni secondi per la sorpresa.

L’arabo mentre continuava a guidare il drone, si girò di
scattò e sparò un colpo con la sua pistola munita di silenziatore.

Il colpo andò a vuoto e Michael si gettò su Habib Fareh
che tentava di difendersi senza perdere il controllo dell’oggetto
volante.

A questo punto l’arabo premette un tasto rosso
del telecomando.

mercoledì 17 giugno 2015

Capitolo 39 del giallo "W.D.C sotto traccia"

  london  bridge  resort  lake  havasu  city

Gli ospiti del London Bridge Resort erano disorientati.
La presenza di diecine di agenti della CIA e FBI in borghese,
unitamente a quelli della polizia locale, le troupes
televisive che avevano innondato i corridoi e la lobby con cavi
di ogni spessore, i controlli ultraseveri posti a ogni angolo
del grande albergo avevano creato un’atmosfera da giudizio
universale.

Molte famiglie di turisti americani che erano venuti a passare
qualche giorno di relax sulle acque del Lake Havasu non
sapevano come destreggiarsi in mezzo a tanta animazione e
controlli.

“Io devo andare in piscina coi miei figli”, si mise a urlare
nell’atrio una signora di oltre cento chili sostenuta dal marito
di analoga stazza e al fianco il maschietto e la femminuccia
che erano ormai avviati sulle orme dei genitori, quanto
a peso.

La signora che protestava era avvolta, si fa per dire, in un
ampio caftano e portava su un braccio alcuni asciugamani
mentre il marito che taceva era oppresso da un carico di giocattoli
di gomma gonfiabili.

Una impiegata del check-in lasciò il bancone e si precipitò
verso la donna.

“Signora, siamo spiacenti degli inconvenienti. Ma abbiamo
qui il Presidente degli Stati Uniti… e… ”.

“Ma chi se ne importa del Presidente? Lui le vacanze le ha
già fatte. Eppoi io non lo voto nemmeno… ”.

“Signora”, insisteva l’impiegata “Basta che lei e la sua famiglia
seguiate un percorso diverso da quello abituale perché,
come ha visto, il corridoio che conduce al salone è per il
momento bloccato dalla sicurezza. La visita del Presidente
riteniamo che debba terminare tra un’ora. Dopodiché tutto
tornerà tranquillo. Ma, al momento le consiglio di uscire da
quella porta secondaria entrando nella piscina principale dal
lato della spiaggia sul lago”.

La famiglia di obesi si fece convincere e lasciò l’atrio
dell’albergo senza degnare di uno sguardo la riproduzione
del The Gold Stage Coach, la carrozza da cerimonia della Regina
d’Inghilterra con pitture laterali dell’italiano Giovanni
Cipriani di Firenze.

Al contrario di un altro ospite che indossava un accappatoio,
calzava infradito di gomma, un grosso pallone di plastica
multicolore sotto braccio e la cuffia da bagno già calata
fino alle orecchie.

Affascinato dalla carrozza d’oro, copia perfetta dell’originale
del 1762, un altro dei doni dell’industriale McCullogh
alla città che aveva fondato nel deserto, ne osservava i particolari
con aria da intenditore.

Poi seguì la famigliola di protestatari che cercavano l’ingresso
lato spiaggia della piscina dotata di un grande tobogan.

Il sole stava tramontando in un tripudio di colori che accendevano
le pareti della case e si riflettevano sulla superficie
del grande lago.

La temperatura stava cominciando a calare
dopo avere raggiunto delle punte insostenibili di calore.

Nel suo tragitto verso la piscina l’ospite si imbatté di nuovo
nella famiglia di supernutriti che avevano deciso di rinunciare
al bagno, visto che bisognava ancora camminare, visto
che il sole ormai stava per sparire dietro le dune del deserto,
visto che i ragazzini avevano fame e visto che quel diavolo di
un Presidente gli aveva rovinato un giorno di vacanza.

Almeno così blaterava la matrona inviperita mentre il marito
cercava di placarla con dei ripetuti “Mary, calmati che
rischiamo di andare in galera”. Ai quali la signora rispondeva
con sonori “Fanculo a te e al tuo Presidente di merda”. I ragazzi
ghignavano soddisfatti.

L’ospite con il pallone, invece, proseguì nel suo cammino
e alla fine entrò nel recinto della piscina. Ormai deserta
se si eccettuava una coppia di giovani sul lato opposto del
tobogan che, complice l’imbrunire, avevano cominciato a
scambiarsi focose effusioni che era facile prevedere come sarebbero
finite.

L’uomo dall’accappatoio bianco e dalla cuffia di gomma
calata fino alle orecchie si diresse invece verso la scala che
conduceva alla torretta da cui partiva il lungo splash nel quale
continuava a riversarsi l’acqua del circuito chiuso.

Arrivato in cima si tolse l’accappatoio (sotto indossava una
tuta nera). Da una borsa trasse un portatile che mise sopra
una piccola panca che correva all’interno della costruzione
di legno.

Tolse la plastica colorata a quello che sembrava un pallone
da football. Separò le due semicupole della custodia e ne trasse
fuori un drone sferico nero.

Verificò il collegamento wi-fi tra il monitor e il drone e il
funzionamento delle due mini telecamere.

A poca distanza dal recinto nord del gruppo di tre piscine,
un furgone di una fabbrica di birre si era fermato. Un addetto
aveva aperto una porta di servizio con la chiave che evidentemente
aveva in dotazione e si era messo a scaricare all’interno
dell’edificio alcune casse.

I servizi di sicurezza ogni tanto dimenticavano
qualcosa. Nessuno si era ricordato di informarli
che c’era qualcuno con la chiave di quella porta.

L’uomo della torretta azionò il motore del drone il cui fruscio
era coperto dalla caduta di acqua del tobogan.

Con un telecomando e seguendo l’operazione sul portatile
diresse il drone sferico verso la porta metallica rimasta aperta,
mentre il giovane si era avvicinato al furgone per caricare su
un carrello altre casse di birra.

Il drone si introdusse frusciando dentro l’edificio del quale
l’ospite in tuta nera conosceva a memoria la pianta in ogni
dettaglio.

mercoledì 10 giugno 2015

Capitoli 37 e 38 del giallo "W.D.C sotto traccia"




“Questa sì che è una bella notizia”, commentò Michael
Bardi indicando al suo amico Tom Genisio la prima pagina
del Las Vegas Sun. “Finalmente lo hanno incastrato quel bastardo!”
Genisio dette un’occhiata distratta al giornale mentre sintonizzava
alcune apparecchiature radar su una frequenza crittata.
“Chi è? Lo conoscevi?”, chiese.
“Altroché: ho dovuto avvicinarlo sotto copertura. Un gran
figlio di puttana, responsabile di una scia di delitti non immaginabile.
Edmundo Gutierrez, per anni protetto dalle autorità
messicane. Capo riconosciuto di uno dei più potenti
cartelli della droga”.
I due agenti si trovavano in un furgone dai vetri oscurati
parcheggiato vicino alla pista del piccolo aeroporto di Lake
Havasu City.
“Anche se aveva alzato il volume dello hi-fi nella sua camera,
i nostri insieme a quelli dello FBI lo hanno ugualmente
ascoltato e registrato con microfoni direzionali super sensibili”.
“Ma la cosa più buffa, è che il colloquio avveniva nella
sua suite al New York-New York Hotel con un altro figuro
italiano, ex massone. E questo l’hanno trovato morto sul suo
letto semi vestito. Il classico attacco cardiaco scatenato dalla
pompa fatta da una fanciulla chiamata Diamond della Companion,
società di escort. ”
“E tu conoscevi pure quello lì?” chiese Tom Genisio che
adesso stava armeggiando con la definizione di uno dei tanti
monitor di cui era pieno il furgone.
“Già proprio così. Un tipo losco che ho incontrato a
Roma. Aveva messo su una sorta di club esclusivo che sembra
conti molto a livello internazionale. Ecco perché era in contatto
con quel Gutierrez. Speriamo solo che i nostri non decidano
di restituire questo farabutto alle autorità messicane. O
che almeno lo facciano dopo averlo spremuto a dovere… ”.
Genisio aveva seguito il racconto di Michael. Ma la sua
attenzione era soprattutto concentrata su uno degli schermi:
“Tra due minuti l’aereo del Presidente atterra… Ha scelto
uno dei nostri: primo, perché la pista è corta e secondo per
non offrire informazioni a qualche figlio di puttana, viaggiando
con gli aerei della White House”.
“A proposito non mi hai detto come è andato il tuo viaggio
in Sicilia. Hai ritrovato il paesello natale dei tuoi nonni?”
chiese Michael.
Al ricordo del viaggio e della gente incontrata in Trinacria,
Genisio sembrò perdere per alcuni secondi il plumbeo
atteggiamento professionale sotto il quale nascondeva i suoi
sentimenti.
“È stato molto bello. E l’accoglienza che mi hanno fatto…!
Come se fossi partito da lì la settimana prima. E invece
a partire erano stati i miei nonni, valigia di fibra, non una
parola d’inglese e tanta voglia di venir fuori dalla miseria
secolare di quella terra. A proposito: me n’ero dimenticato. Ho
qualcosa per te... ”.
Michael guardò con aria sorpresa il collega.
“Prendi, forse ti può servire”.
Consegnò a Michael Bardi un astuccio che Michael aprì
tirando fuori un antico coltello a serramanico in perfette
condizioni.
“Con questo”, disse Tom, “In Sicilia si regolano ancora gli
affari di famiglia. Ma non solo”.
Michael fece pressione sul pulsante e una lunga lama molto
affilata scattò fuori dall’impugnatura.
“Molto bello”, disse, “Ti ringrazio. Certo che i tuoi corregionari
non scherzavano”.
“Non scherzano ancora. Parliamo d’altro: speriamo che
qui vada tutto bene nelle prossime ore. Il Presidente ha deciso
di venire a parlare nella tana del giaguaro. Avrà sicuramente
le sue buone ragioni, chi lo nega?! Però la nostra squadra
deve provvedere alla security insieme alla polizia locale di cui
non mi fido per nulla”.
Michael attivò il suo microfono e dette istruzioni al team
di tenersi pronti perché l’aereo di POTUS (President of the
United States) stava per atterrare.
Il Gulf Stream bianco della CIA toccò dolcemente la pista
di asfalto e si diresse verso un’area dell’aeroporto dove un
gruppo di auto nere lo circondò.
Il Presidente in maniche di camicia e sorridente, seguito
dal ministro per l’informazione e dal direttore dell’Agenzia,
scese la scaletta ed entrò nella sua auto blindata.
La parata di auto blue, compresa l’ambulanza, si avviò verso
Lake Havasu City che distava dieci miglia dall’aeroporto.

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Poche le persone che si avventuravano a osservare il corteo
presidenziale che si muoveva verso il centro di Lake Havasu
City, la città più importante della Mohave County, (Arizona).
La temperatura aveva superato i 120 F (51 gradi C.).
Forse questa era la ragione principale. Ma poi il Presidente
non andava a genio alla maggioranza dei cinquanta mila abitanti
che per il sessanta cinque per cento votavano a destra e
non amavano che alla Casa Bianca ci fosse un liberale.
Il Presidente, visto che non doveva salutare con la mano
i cittadini che non erano usciti di casa, aveva deciso di dare
un’occhiata ai fogli che il solerte segretario gli aveva appena
consegnato:
“Lake Havasu City fondata nel 1963 sui quattordici chilometri
quadrati acquistati dall’imprenditore Robert P. Mc-
Culloch. Un tipo originale che aveva comprato dalla City of
London l’omonimo ponte, pagandolo due milioni e mezzo
di dollari. Era il 1968. Le pietre catalogate e numerate erano
state portate dall’Europa a Lake Havasu City dove il ponte
era stato ricostruito.
Oggi il London Bridge è la seconda attrattiva turistica
dell’Arizona dopo il Grand Canyon”.
“Questo proprio non lo sapevo”, disse tra sé il Presidente.
La motorcade presidenziale attraversò il ponte e si diresse
vero il resort che ne portava il nome. L’ampio parcheggio era
occupato da decine di veicoli delle televisioni locali e nazionali
per i collegamenti satellitari.
Reporters e cameramen erano stati sistemati in un settore
del grande salone dell’albergo nel quale si sarebbe tenuta
la town hall, il consiglio comunale, con la presenza di circa
cento cinquanta invitati, sindaco compreso, che erano stati
sottoposti al body scanner e ad altre indagini prima di essere
autorizzati a sedere nella sala.
I cani della squadra anti esplosivi erano stati sguinzagliati
per decine di minuti a frugare e annusare ogni angolo del
salone, provocando la reazione di giornalisti e tecnici delle
televisioni che non erano particolarmente felici di essere stati
assegnati a quella missione in un posto così infame e con quel
caldo terribile che il sistema di aria condizionata stentava a
combattere man mano che la sala si riempiva di persone e il
parco lampade veniva acceso.
Ma a riscaldare l’atmosfera avevano già contribuito alcune
suffragette del Tea Party locale che avevano concesso interviste
a radio e televisioni accusando il Presidente di sperpero
del denaro pubblico e di avere intenzione di aumentare le
tasse.
Il Presidente fece il suo ingresso scortato da un plotone
di guardie del corpo. Era espansivo e sorridente e prima di
andare al podio si attardò a stringere la mano ai parlamentari
dell’Arizona presenti e a molti dei partecipanti all’assemblea
comunale.
Poi prese posto dietro il podio, staccò il microfono dalla
base e salutate le personalità politiche e i cittadini di Lake
Havasu City cominciò a parlare, senza servirsi del teleprompter,
ma recandosi a pochi metri dalle prime file di sedie.
“I miei predecessori sono stati molto criticati quando, a
cominciare dal 1937, anno della costruzione della diga Parker
che ha dato vita al Lake Havasu, decisero di stravolgere
il deserto creando questo grande bacino artificiale che garantisce
la somministrazione dell’acqua del Colorado all’Arizona
e alla California. Un’opera ciclopica che insieme agli altri
grandi bacini più a nord, il Lake Powell e il Lake Mead ha
modificato la natura, portando ricchezza a queste regioni”.
Mentre il Presidente parlava e si asciugava il cerone che
stava colando, Michael Bardi decise di uscire dalla sala per
accertarsi di persona che le stanze intorno alla gran sala fossero
state bonificate e che i suoi uomini non allentassero la
concentrazione.
“Quegli americani che sono riusciti a realizzare in decenni
diversi queste opere” continuò il Presidente “erano dei visionari.
Guardavano al di là della loro vita politica e dei propri
interessi personali. Agivano invece nell’interesse della nazione
e del popolo americano”.
Un assistente gli porse una bottiglia di acqua depurata dalla
quale l’inquilino della Casa Bianca bevve un lungo sorso.
Anche gli avversari erano costretti a riconoscere che POTUS
aveva il talento di sapere comunicare entrando in sintonia
con le persone.
Una vecchia tecnica adottata dagli attori di teatro che
mentre recitano scrutano le facce degli spettatori che siedono
nelle prime file per vedere dalla loro espressione se riescono a
penetrarli oppure se il sonno li sta conquistando.
Il Presidente si rese conto che l’attenzione era molto alta,
anche se gran parte dell’audience mostrava scetticismo condito
da sorrisi ironici.
“Oggi siamo nella stessa situazione perché si tratta di ribaltare
dal profondo una cultura basata sul petrolio. Più di
cento anni di storia con interessi tremendi coinvolti. Ma bisogna
guardare lontano, avere una visione di lungo periodo.
Il domani per loro, per quei Presidenti, non era la conservazione
dei cactus del deserto, ma la distribuzione dell’acqua
a milioni di persone. Così pensarono e agirono i Presidenti
che mi hanno preceduto e gli uomini che hanno lavorato al
loro fianco per raggiungere questi risultati.
Il domani dei nostri figli e nipoti non è la conservazione
di una società industriale basata sull’uso di energie non rinnovabili
come i fossili destinate a esaurirsi, ma sullo sviluppo
di quelle alternative.
Arrivando qui dall’aeroporto ho visto tanti impianti di
pannelli solari installati sulle abitazioni e gli edifici pubblici.
Questi pannelli fotovoltaici sono la chiara dimostrazione di
dove deve andare il mondo a cominciare dall’America.
Questo sole che ci arrostisce è la chiave di volta per costruire
una nuova società che tragga proprio dall’astro la maggior
parte dell’energia di cui ha bisogno.
Dobbiamo limitare la nostra dipendenza energetica dai
paesi che detengono ancora i bacini petroliferi e che ci vogliono
strangolare. Dobbiamo ridurre in misura drastica
l’inquinamento che sta cambiando il sistema meteorologico
globale.
Dobbiamo intensificare i nostri sforzi per dare all’America
il primato nella tecnologia verde.
In pochi decenni la nostra Nazione ha conquistato il primato
nell’astronautica dopo lo shock dei successi sovietici.
Gli Stati Uniti hanno rivoluzionato il mondo con Internet e
la creazione di siti sociali che hanno cambiato la nostra vita
quotidiana e sono stati la scintilla che è riuscita a scatenare e
coordinare i movimenti di rinascita di tante popolazioni del
Medio Oriente che volevano affrancarsi dal giogo delle dittature
che le avevano dominate per lunghi periodi. Se vogliamo
e quando lo vogliamo noi Americani siamo in grado di dare
nuovi contenuti allo sviluppo dell’umanità”.
Un applauso di cortesia commentò l’intervento di apertura
del Presidente. Adesso la parola passava ai partecipanti.
Quelli che avrebbero parlato erano stati sottoposti prima della
riunione, a una selezione accurata.
Avevano dovuto indicare il contenuto della loro domanda.
Se qualcuno si proponeva di svicolare, magari introducendo
le offese plateali di cui il Presidente era fatto oggetto nelle
riunioni e comizi degli attivisti di estrema destra, ci sarebbero
state conseguenze di carattere penale.
Il Presidente era lì per ascoltare l’America in presa diretta.
“Signor Presidente”, disse la prima esponente del Tea Party
locale aggrappata al microfono che le avevano porto, “Con
tutto il dovuto rispetto lei è venuto a ripeterci qui, a migliaia
di miglia dalla Casa Bianca, tutte quelle cose che fanno parte
da tempo del suo show. Lei propone di guardare a quello che
hanno fatto i suoi predecessori negli anni passati. Siamo tutti
convinti che si sia trattato di uno sforzo immane fatto da persone
che sapevano dove volevano andare perché il loro obiettivo
era quello di assicurare nel futuro anche lontano acqua
a milioni di cittadini che avrebbero potuto morire di sete”.
Il Presidente ascoltava attento. Il suo sorriso si stava stemperando
in una espressione di insofferenza. La mano destra
lasciava una impronta di sudore sul radio microfono che
stringeva.
La suffragetta sempre più infervorata andava avanti nel
suo comizio.
“Oggi viene a dirci che bisogna rivedere la nostra cultura
del petrolio per sostituirla con quella delle energie alternative.
Ma nel frattempo che facciamo noi? Smantelliamo le reti
di rifornimento e le sostituiamo con cosa? Cancelliamo le
centrali a carbone e quelle nucleari e le sostituiamo con cosa?
Lei sa bene che la tecnologia delle fonti alternative è ancora
allo stato embrionale… dove sono i posti di lavoro che lei ha
promesso in tutti questi anni… ?”.
Il microfono della donna ammutolì e un assistente si precipitò
a toglierlo dalle sue mani nonostante protestasse che lì
si usavano delle misure antidemocratiche perché si toglieva
ai cittadini la possibilità di manifestare il proprio pensiero e
dissenso.
Il Presidente recuperò il suo sorriso da ottimo attore. E
rivolgendosi alla donna che aveva parlato le disse:
“Lei ha perfettamente ragione nel ricordarmi che da tempo
vado sostenendo le stesse cose. Ovvero la necessità di voltare
pagina e pensare seriamente al futuro dei nostri figli e
dei nostri nipoti. Ma il mestiere di un politico che abbia a
cuore gli interessi della gente che lo ha eletto, non è quello di
pensare al suo particolare.
Come vostro Presidente da tempo ho buttato il mio cuore
e tutte le mie energie in questa crociata che deve aprire gli
occhi al popolo americano, facendo capire che se non si prendono
le giuste decisioni oggi, il nostro domani sarà all’insegna
del disastro e della subalternità da altri che possono
dominarci usando il rubinetto dei loro pozzi… ”.
Il Presidente continuò a esporre il suo programma scendendo
nei dettagli e cercando di dimostrare che le nuove tecnologie
già stavano garantendo un recupero della disoccupazione
che dalla prima pesante recessione del 2008 continuava
a penalizzare l’economia americana.

giovedì 4 giugno 2015

Capitolo 36 del Giallo "W.D.C sotto traccia"

 

Il Gulfstream 450 atterrò al McCarran International Airport
alle 18:30 ora di Las Vegas e del Nevada.
Si diresse vero l’area dell’aviazione civile. Una limousine
nera stava attendendo il viaggiatore che scese dalla scaletta
dell’aereo accompagnato dalla bionda hostess che sollevava
un piccolo carry-on.

Nonostante il caldo atroce che lo accolse nel breve tragitto
sino alla macchina, Cardoni indossava un completo scuro
con cravatta gialla fantasia.

L’auto uscita dal recinto dell’aeroporto percorse poco più
di un miglio sulla Tropicana Avenue e dopo una svolta a sinistra
entrò nell’East Tropic del New York-New York Hotel.

Dopo la coda al ricevimento, in mezzo a gruppi di turisti
in calzoni corti venuti a Vegas per il fine settimana e dopo
essersi fatto assegnare la suite, Cardoni sali nel suo appartamento
al dodicesimo piano della Torre.

Una volta entrato compose sul telefono interno lo zero e
chiese all’operatore di metterlo in contatto con Mr. Gutierrez.
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Il telefono squillò nella camera dell’onorevole per cinque
volte.

“Hello?”, rispose con voce strana Gutierrez. “Chi è?”.

“Sono io, appena arrivato da Washington... ”.

“Ehm... sono un po’ occupato. Sarò pronto tra un quarto
d’ora. Il numero della suite è 214, ascensore B”.

Cardoni si mise in poltrona a seguire su CNN le ultime
notizie. Si versò un bicchiere di San Pellegrino fredda da una
bottiglia appoggiata in un secchiello di ghiaccio insieme a
una piccola di champagne.

Erano trascorsi venti minuti e Cardoni uscì dalla suite si
diresse all’ascensore insieme a un paio di coppie che già amoreggiavano
prima di arrivare a destinazione.

Individuata la porta con il numero 214 Cardoni suonò il
campanello. La porta si aprì automaticamente.

Ma Cardoni dové farsi da parte prima di entrare perchè
dalla camera stava uscendo una incantevole creautura creola,
arrampicata su tacchi altissimi e inguainata in una mini superaderente
dai colori di Emilio Pucci.

“Vieni avanti, caro Cardoni”, disse l’onorevole Gutierrez,
camicia bianca di lino sbottonata sin quasi alla vita. Petto
villoso incanutito e pantaloni neri di seta.
Ovviamente mocassini indossati a nudo, cosa che urtava
terribilmente la seriosa compostezza di Cardoni.

Gutierrez si alzò dalla poltrona e abbracciò formalmente
l’amico che prese posto nella poltrona di fronte alla sua.

Nel mezzo un tavolo con un vassoio di liquori e secchiello di
champagne Veuve Clicquot.

“Tu non bevi alcoolici, vero?”, disse sorridendo Gutierrez.
“Io invece mi faccio un po’ di bollicine”.

Si versò un flute di champagne.

“Hai visto che schianto quella ragazza che è uscita poco
fa?” continuò. “Il bello di questa nazione è che tutto si compra
e tutto si può affittare. L’importante è avere i soldi per
pagarsi il meglio. E questa signorina mi ha rimesso a posto
per un migliaio di dollari. Ne valeva la pena”.

Cardoni nel corso della sua lunga esperienza di massone
prima e di responsabile del Rock dopo, aveva imparato a
convivere con le persone più disgustose che in genere erano
quelle che bisognava frequentare. Perché avevano il potere.

Ma ogni volta che si incontrava con questo onorevole
messicano sentiva una sorta di allergia montargli dentro lo
stomaco. Di lui tutto lo infastidiva: il body language, la sfrontatezza
del linguaggio, l’arroganza del denaro profuso a palate
per tacitare i suoi vizi e quelli delle persone a lui vicine.

Ma c’era un aspetto della personalità di Gutierrez che lo
interessava riuscendo a compensare i difetti di comportamento.
Ed era la capacità di vedere lontano in maniera semplificata,
disegnare scenari che solo una persona dotata di
‘visione’ era in grado di fare.

“Che ci facevi a Washington?” chiese l’onorevole.

“Dovevo vedere degli amici che lavorano in alcuni dipartimenti
dell’amministrazione”.

“Bene: io sono arrivato questa mattina da Acapulco. Due
giorni fa ho fatto quella visita in Colombia di cui ti avevo
accennato”.

Edmundo Gutierrez si alzò e si diresse verso il mobile che
ospitava il lettore blu-ray dei DVD e l’impianto stereo. Armeggiò
sul sintonizzatore radio, scegliendo un canale di musica
cubana e alzò il volume al massimo.

“Vieni vicino a me” disse a Cardoni, “Così possiamo parlare.
E se c’è qualche cimice inserita da qualche parte non
potranno sentirci”.

“La situazione sta precipitando: tutti contro tutti”, disse
Cardoni lisciandosi l’ampia barba. “Gli arabi hanno deciso
di intensificare gli attacchi questa volta assumendosene la paternità
in pieno e non facendosela attribuire dalla mafia russa
come nel caso di Roma. Se jihad deve essere che lo sia”.

Edmundo Gutierrez ascoltava osservando attentamente il
volto del suo interlocutore. Che tipo questo Cardoni. Così
pieno di sé e pomposo. Uno convinto di essere l’ombelico del
mondo, mentre anche lui era una pedina, sia pure di riguardo
nelle mani di altri burattinai.

E dire che Cardoni era convinto lui di essere il puppetier,
il burattinaio. Il suo inglese italianizzato talvolta gli suscitava
un po’ di ilarità. Ma Gutierrez cercava di non farla trasparire.
Del resto Cardoni era molto utile per i rapporti di business
che avevano intrecciato da tempo tra i due gruppi di cui loro
erano i rappresentanti. L’importante era fare soldi, tanti e in
breve tempo.

“Il colpo di teatro più grosso”, continuò Cardoni, “deve
essere l’assassinio del Presidente che ormai sta convincendo
il mondo occidentale a puntare tutte le risorse sulle energie
alternative, anziché sul petrolio”.

“Hai visto cosa hanno deciso i giapponesi?”, chiese Gutierrez,

“Dei cinquanta quattro reattori presenti in Giappone
ne sono rimasti solo quindici funzionanti, dopo Fukushima.
Anche gli undici impianti per i quali è stato terminato l’iter
dei controlli non saranno avviati fino a ulteriori stress test.
Intanto sta prendendo piede il 'setsuden', il risparmio di elettricità,
e i giapponesi si rendono conto dell’importanza di
adottare stili di vita sostenibili”.
“In questa situazione che facciamo? Restiamo a guardare?”.

La domanda raggiunse Gutierrez come un cazzotto al
plesso solare. Perché tradotta dal vocabolario diplomatico
significava: “Facile criticare e riferire di scenari che tutti conosciamo.
Ma quali progetti concreti per il futuro?”.

Gutierrez in altri momenti si sarebbe incazzato e avrebbe
risposto per le rime a quell’italiano insopportabile. Ma il trattamento
di mille dollari per un’ora fattogli da quella superba
creola gli aveva dato serenità unita a un piacevole senso di
spossatezza.

“Io non resto a guardare”, rispose servendosi ancora un
bicchiere della vedova francese. “Gli scenari sui quali sui quali
ti stai soffermando non sono il ‘dopo’ che invece è diverso
e si sta preparando anche se molti fanno finta di non vederlo.

Oppure non sono attrezzati intellettualmente per anticiparlo”.
La risposta molto sibillina lasciò visibilmente interdetto
l’anziano barbuto personaggio. Che rivolse a Gutierrez
un’occhiata interrogativa.

“Ti avevo accennato che avrei fatto un sopralluogo in
Colombia. Là non stanno pettinando le bambole, pensando
solo a cosa faranno gli arabi. Là agiscono e preparano il futuro
in fretta. E fanno quattrini e ce ne fanno fare. Sempre di
più. Ma lo scenario non si esaurisce con il Sud America che
risponde bene alla domanda di cocaina del mercato statunitense...”.

“Quale sarebbe questo ulteriore, interessante scenario?”, la
domanda di Cardoni grondava ironia mal trattenuta.

Gutierrez sarà stato un poco di buono, ma non era stupido,
non raccolse e andò avanti a delineare uno scenario i cui
contorni erano per lui definiti da tempo.

“Con l’uscita degli americani dall’Afghanistan i mercati
sono inondati di droga a basso prezzo. La domanda cresce
così come crescono i prezzi perché il trasporto e la vendita al
dettaglio sono diventati sempre più costosi e rischiosi.
Il domani, caro prof. Cardoni, è la droga. Arabi, il presidente
degli USA, la Jihad sono tutte balle. Il domani è la
droga, ma non quella tradizionale. Il domani è delle droghe
sintetiche. Marijuana e cocaina sintetiche oggi sono considerate
inferiori rispetto a quelle ‘naturali’.

Ma hanno lo stesso potere e il numero crescente di persone
che si rivolgono alle strutture ospedaliere perché intossicate
da droghe sintetiche è la più chiara conferma che il futuro
è quello delle droghe chimiche”.

Cardoni, mentre Gutierrez faceva la sua esposizione, aveva
adocchiato un biglietto da visita vicino al carrello dei liquori.

“Basta pensare al boom dei ‘bath salts’, per i quali la richiesta
del mercato americano è in continua espansione. Al
punto che la Drug Enforcemaint Administration, ha stabilito
di mettere fuori legge cinque sostanze che vengono usate
per la preparazione di questa droga. Insomma, Cardoni: hai
presente la birra?”.

Cardoni era stato colto di sorpresa: “Che c’entra la birra
con le droghe, scusa... ?”.

“C’entra eccome. La birra viene prodotta da laboratori che
sono sparsi in una rete che accontenta immediatamente la
domanda locale. Ci sono le eccezioni di marche straniere. Ma
il grosso del consumo riguarda etichette che hanno creato
una serie di stabilimenti regionali che offrono un prodotto
fresco e di buon livello qualitativo.
Lo stesso sta avvenendo per le droghe sintetiche. Laboratori
locali, a portata di mano e di consumatore, stanno sorgendo
dappertutto. Si tratta adesso di controllarli e coordinarli
con strutture centralizzate.
Con questo non ti voglio dire che la cocaina dalla Colombia,
via Messico, smetterà di arrivare. Ma certo in quantità
minore rispetto alla situazione odierna. Ecco perché i cartelli
stanno già organizzandosi per controllare le migliaia di laboratori
del sintetico sparsi in tutta la Federazione”.

Cardoni aveva ascoltato con attenzione l’onorevole Gutierrez.
“Riparliamone domani”, disse. “Adesso mi sta venendo il
jetlag e ho bisogno di riposare”.

Salutò Gutierrez che si era avviato ad aprirgli la porta e
uscì.

Entrato nella sua suite tirò fuori dalla tasca il biglietto da
visita che aveva preso dal tavolo dei liquori nella camera di
Gutierrez, sul quale spiccava la parola ‘Companions’, il numero
di telefono e il web.

Aperto il suo portatile andò sul sito e cliccò su Ebony, tralasciando
Asian, Blonde e Brunette. Nella lista che gli apparve
sul piccolo schermo scelse Diamond. Sì, era proprio lei la
escort che aveva incrociato entrando nella suite di Gutierrez.

Compose il numero di telefono. La ragazza era disponibile
e sarebbe arrivata entro un quarto d’ora. Il pagamento doveva
essere effettuato con carta di credito o cash direttamente
alla escort.

Suonò il campanello della suite.

Cardoni andò ad aprire, molto emozionato perché non era
abituato a queste avventure di viaggio. Ma quella ragazza vista
per pochi secondi gli era entrata nel sangue e nella mente.

Diamond sorrise e dopo avere messo nella borsetta i dieci
biglietti da cento che l’anziano cliente aveva preparato sul tavolo,
chiese con aria professionale se lui aveva delle richieste
particolari.

“No”, balbettò l’inesperto cliente.

Diamond cominciò a spogliarsi lentamente. Una volta
nuda si avvicinò a Cardoni e lo liberò della camicia e cravatta.
Poi fu la volta dei pantaloni. Sorrise nel vedere che il
Cardoni portava lunghi boxer e le giarrettiere che reggevano
i calzini.

Cardoni aveva chiuso gli occhi disteso sul lettone della camera
e lasciava che Diamond lo lavorasse con grande tecnica
professionale.

Erano anni che non si concedeva ai piaceri del sesso. Un
sesso come quello, vissuto all’insegna della massima libertà
insieme a un corpo giovane e bellissimo il cui contatto lo
rigenerava, gli infondeva energia.

Diamond si impegnava da qualche minuto per avere un
minimo di risposta da quel pene avvizzito.

Finalmente il suo blow job trovò il felice epilogo. Cardoni
s’irrigidì in un lungo orgasmo, un piacere che aveva dimenticato
potesse esistere.

La sua rigidità si prolungò a causa dell’infarto fulminante
che lo colse. La cosiddetta ‘dolce morte’.

Diamond resasi conto di quello che era successo, si rivestì
in fretta pronunciando una sequela di ‘cazzo’ e uscì dalla
suite.

Quello era il secondo caso che le capitava in un mese. Ma
che cazzo di mestiere era il suo?! La direzione dell’albergo
con migliaia di camere avrebbe risolto con discrezione questo
ennesimo incidente attribuendo la causa dell’infarto all’affaticamento
e allo stress.