martedì 23 giugno 2015

Capitolo 40 del giallo "W.D.C sotto traccia"

Il Drone sferico

Michael Bardi aveva dei crampi allo stomaco. Eppure non
aveva mangiato quasi nulla, salvo un pacchetto di crackers
che gli aveva dato Tom Genisio.

Il suo malessere era causato non tanto dallo stress, perché a
quello era abituato da una vita. No: sentiva che qualcosa non
stava marciando nel verso giusto, ma non sapeva dare una
connotazione precisa alle sue preoccupazioni.

Il suo team e quello dell’FBI avevano lavorato bene fino ad
allora, setacciando a tappeto ogni angolo della costruzione,
preparando linee di fuga, simulando decine di possibili attacchi
terroristici alla persona del Comandante in Capo.

Michael era un perfezionista e non si fidava a fondo degli
altri. Perciò decise di dare un’occhiata all’esterno mentre nel
salone continuava il dialogo, abbastanza tempestoso, tra il
Presidente e il gruppo di attivisti di estrema destra scarsamente
equilibrati dai pochi interventi dei più moderati. Di
liberali neanche l’ombra.

Verificato che le porte della sala dove si teneva l’incontro
col capo della Casa Bianca erano sorvegliate da decine
di agenti, uscì dalla porta principale dell’hotel e si diresse
verso il retro dell’albergo dove erano sistemate le cucine e i
magazzini.

Arrivato al recinto delle piscine notò un furgone con la
porta posteriore aperta vicino a un ingresso che sembrava
condurre verso qualche deposito dell’hotel.

Eppure aveva dato precise disposizioni che le operazioni
di carico e scarico dovessero essere interrotte sino al termine
dell’evento. Potevano essere riprese solo quando il Presidente
si fosse allontanato con la scorta.

Michael indossava un’uniforme nera con giubbotto antiproiettile,
aveva a tracolla un Heckler & Koch MP5 submachine
gun con alcuni caricatori nella cintura, e la sua Beretta
calibro 9.

Camminando acquattato contro il muro si avvicinò al giovane
che stava completando il carico di un carrello di casse di
birra. Gli saltò alle spalle bloccandogli la bocca con il guanto
e con la sinistra facendo pressione sulle giugulari.

Il ragazzo stava per perdere i sensi e Michael sventolandogli
sotto il naso il badge della CIA, a gesti gli fece cenno di
tacere e di andarsene subito. Appena ripresosi dallo spavento
il commesso entrò nel furgone, mise in moto e partì facendo
stridere le gomme.

Michael, accovacciato sulle gambe si mise a osservare il
perimetro delle piscine. Scorse riflessa dalla parte interna del
tetto dello splash una strana luminosità, come quella di un
televisore acceso.

Gattonando si spostò senza fare rumore verso l’ingresso
della piscina che dava sulla spiaggia. Si diresse verso la scala
che conduceva alla torretta augurandosi che non fosse di legno
e non scricchiolasse.

Cominciò a salire. La scala era fatta con una struttura di
ferro rivestita di plastica antisdrucciolo per evitare che i
 ragazzi potessero scivolare quando salivano per infilarsi nel tobogan.

Arrivato in cima alla scala vide l’uomo che stava digitando
su un telecomando e osservava attentamente un monitor. Le
immagini mostravano un oggetto sferico che volava passando
da un ambiente all’altro. Qualcosa di simile ai modellini di
elicotteri telecomandati.

Michael non aveva alternative: al radio microfono urlò
più volte “Emergenza Potus!” (President Of The United States, ndr)
mentre l’arabo, proprio quel tipo che aveva cercato di ucciderlo
sulla torre del George Washington Masonic Memorial,
riusciva a far entrare il drone nel salone, volando sulle teste
degli agenti che stavano alla porta della ball room e che erano
rimasti annichiliti per alcuni secondi per la sorpresa.

L’arabo mentre continuava a guidare il drone, si girò di
scattò e sparò un colpo con la sua pistola munita di silenziatore.

Il colpo andò a vuoto e Michael si gettò su Habib Fareh
che tentava di difendersi senza perdere il controllo dell’oggetto
volante.

A questo punto l’arabo premette un tasto rosso
del telecomando.

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